Yom HaShoah – “Ricordare, per costruire”

rav Di Segni Yom HaShoah “Oggi ricordiamo che essere ebrei significa anche compiere quotidianamente un atto di eroismo”. Non solo prendendo le armi come fecero nel Ghetto di Varsavia, “ma anche rimanendo fedeli alla propria identità anche nei momenti più difficili”. Questo il significato della scelta del governo israeliano di abbinare nella data simbolica in cui ebbe inizio la rivolta guidata da Mordechai Anielewicz il ricordo delle vittime a quello degli eroi nel giorno di Yom Hasikaron laShoah ve-laGvurah (il Giorno del ricordo della Shoah e dell’eroismo). Lo ha sottolineato il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni nelle celebrazioni svoltesi ieri al Tempio Maggiore della Capitale. Una riflessione poi collegata anche alla vicenda di Arminio Wachsberger, sopravvissuto alla Shoah arrestato dai nazisti a Roma nel rastrellamento del 16 ottobre 1943 e deportato ad Auschwitz dove svolse il ruolo dell’interprete tra i deportati e le autorità naziste, la cui testimonianza è raccontata nel libro L’interprete di Auschwitz di Gabriele Rigano (Guerini e Associati), presentato dal rav Di Segni insieme al presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi e la storica della letteratura Marina Beer. L’incontro si è svolto alla casina dei Vallati, sede provvisoria della Fondazione Museo della Shoah di Roma, il cui presidente Mario Venezia ha portato i suoi saluti insieme alla presidente della Comunità di Roma Ruth Dureghello e al vicepresidente del Bene Berith Ruben Della Rocca. La riflessione sui temi della Shoah è proseguita poi questa mattina al Centro ebraico il Pitigliani con il seminario intitolato “Scuola. L’allontanamento e il ritorno”, promosso da Uil Scuola in collaborazione con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e lo Yad Vashem.
A intervenire nel corso della mattinata lo storico dell’Università di Udine Fulvio Salimbeni, Analisa Capristo del Centro Studi Americani di Roma, e Yiftach Askhenazy dello Yad Vashem, coordinati da Noemi Ranieri, segretario nazionale di Uil Scuola. I lavori sono stati introdotti dai saluti della direttrice del Pitigliani Ambra Tedeschi, Sandra Terracina dell’Associazione Progetto Memoria, la presidente dell’Irase nazionale Rosa Venuti, il segretario generale di Uil Scuola Massimo Di Menna, Sira Fatucci per l’Ucei e Rafael Erdreich dell’Ambasciata d’Israele a Roma. In seguito le testimonianze di Ugo Foà, Silvana Ajò e in video di Gino ed Emma Fiorentino, e una relazione seminario Pitigliani Yom HaShoah sull’esperienza nelle scuole portata direttamente da alcuni studenti di Roma, Merano e Frosinone.
Insegnare la Shoah oggi significa per Ranieri “insegnare i principi di solidarietà, fratellanza e supporto reciproco necessari affinché la tragedia della Shoah non si ripeta”, poiché – ha aggiunto Di Menna – “la cultura è necessaria ad essere liberi”. Una missione dunque necessaria, ha osservato Venuti, “per la formazione di una cittadinanza consapevole e attiva”, mandata avanti nei sei anni che hanno portato alle diverse edizioni di questo seminario, con cui Fatucci ha ricordato l’assidua collaborazione. Quello di quest’anno, ha quindi osservato Tedeschi, è un tema “particolarmente vicino” al Pitigliani, centro di formazione riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione, la cui sede ospitava un tempo un orfanotrofio, ma anche – come ha aggiunto Terracina – all’Associazione Progetto Memoria, che si occupa di organizzare attività didattiche e di incontro con i Testimoni in scuole e istituzioni. Per Erdreich, che ha ricordato di appartenere alla seconda generazione dopo la Shoah, parlare del periodo storico che l’ha seguita significa fare riferimento a “una famiglia piccola, ma a una vita piena”.
Questo forte desiderio di ritorno alla vita di chi è sopravvissuto alla Shoah è stato messo in luce anche da Askhenazy, che ha descritto la volontà di molti studenti ebrei espulsi dalle scuole di tornare a studiare dopo la guerra. “Tornare a imparare, ad apprendere – le sue parole – significava per i sopravvissuti abbracciare la vita”. Il momento dell’esclusione dall’educazione scolastica e universitaria è stato uno dei più dolorosi nell’ambito delle norme antiebraiche, e Capristo ha descritto attraverso una rassegna di documenti gli effetti del decreto legge del 5 settembre 1938, ricordando che a venire espulsi non furono solo studenti e insegnanti ebrei, ma anche personale scolastico, autori di libri di testo, persino i disegnatori delle cartine geografiche appese alle pareti, ed era vietato anche ascoltare musica di compositori ebrei, compiendo un’esclusione a tutto tondo dal campo dell’educazione. Un’emarginazione di cui è possibile comprendere ancor meglio l’onta alla luce del forte patriottismo degli ebrei italiani, preso in analisi da Salimbeni. “La componente ebraica fu la punta di diamante del movimento irredentista italiano e in generale fu forte il coinvolgimento nelle lotte per l’Unità d’Italia, ma non bisogna dimenticare anche il contributo dato alla cultura non solo italiana ma europea dell’Ottocento e del Novecento”, ha sottolineato lo storico. “Non si tratta chiaramente di grandi numeri – le sue parole – ma di un grande impegno”.
A offrire spunti di riflessioni per lo Yom HaShoah è stata anche la presentazione del volume L’interprete di Auschwitz, nel quale Rigano ricostruisce la storia di Arminio Wachsberger. Da subito, appena dopo la fine della guerra, egli volle testimoniare sulle travagliate vicende della sua vita, raccontando con la parola e con la scrittura gli eventi dal suo punto di vista privilegiato, quello dell’interprete tra i deportati e le autorità naziste, e mantenendolo anche dopo la guerra, diventando traduttore in un linguaggio comprensibile dell’indicibile tragedia della Shoah. Aspetto sul quale si è concentrata la riflessione di Beer, la quale ha sottolineato la “natura della testimonianza anche come testo, che non è esauriente, è un frammento parziale e in un certo senso costruito, anche se avvalorato dalla sua autenticità”. Ma quella del volume, che riapre interrogativi sul delicato rapporto tra storia e memoria e tra la sua trasmissione e la scrittura, costituisce per Riccardi una “scelta letteraria giusta, perché ci vuole anche la poesia per raccontare la realtà”. Nella storia di Wachsberger, che ebbe un ruolo fondamentale nel salvataggio della sua famiglia, Dureghello vede l’unione di “due valori importanti, quello della testimonianza, e quello del coraggio, della speranza e del desiderio vivere che sopravvivono alla volontà compiere male assoluto”. E nel giorno di Yom HaShoah, in cui tali valori vengono ricordati, è per Mario Venezia particolarmente importante proporre eventi che riuniscano la cittadinanza in una riflessione. E ricordando i roghi nazisti di libri ebraici, Della Rocca ha concluso osservando come la presentazione di un libro sia per lui “il modo migliore per onorare i morti della Shoah e di tutte persecuzioni e gli eroi che hanno combattuto e sono rimasti fedeli a proprie idee”.

f.m. twitter @fmatalonmoked

(5 maggio 2016)