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Cesellare parole, sentirsi a casa

morpurgo L’ultima traduzione, L’uomo che vendeva diamanti di Esther Kreitman Singer, sorella maggiore dei più noti Israel Joshua e Isaac Bashevis, che nel 1978 ricevette il premio Nobel per la letteratura, è uscita da poche settimane, e lei, Marina Morpurgo, sta già lavorando su un altro libro della stessa autrice che uscirà in autunno, nuovamente per Bollati Boringhieri. Del resto con la famiglia Singer ha già una certa consuetudine, guadagnata traducendo opere di Israel, e con la cultura yiddish si è sempre trovata benissimo. “È stata una specie di magia anche quest’ultima volta. Le storie, i personaggi, mi erano familiari, mi sono sentita molto a casa. Sapevo di cosa stavano parlando, anche quando l’argomento sarebbe potuto sembrare strano ad altri. A oriente del giardino dell’Eden, però, è per me una vetta inarrivabile”. E non usa la parola vetta a caso, Marina Morpurgo, che in montagna passa tutto il tempo possibile, arrampicando, sciando, camminando preferibilmente con il suo Blasco, il cane che è da tempo un personaggio noto quasi quanto lei e che alla libertà offertale dal lavoro di traduttrice potrebbe difficilmente rinunciare. “Facevo la giornalista, prima all’Unità, e poi quando ero a Diario e mi occupavo di esteri mi è capitato di arrangiarmi a tradurre delle cose. Mi piaceva, ed erano tutti soddisfatti. Un anno prima della crisi del giornale ho fatto una prova di traduzione, seria, e la risposta mi ha colpito. ‘Hai un mestiere in mano’, mi hanno detto. Così quando Diario ha chiuso… ho cambiato lavoro”. Non ha smesso di scrivere: ma ora invece degli articoli sono racconti, libri per ragazzi, editoria scolastica e due romanzi brevi. Che alterna al lavoro come traduttrice dall’inglese. “Mi piace scrivere, mi piace trovare le sfumature, cesellare le parole, ma se dovessi scegliere credo che sceglierei la traduzione. È un lavoro che mi piace, in cui mi sento bene… E anche la bravura di un traduttore, in realtà, è soprattutto nella sua ricchezza di linguaggio, nella capacità di riprodurre una certa musicalità, cosa che troppo spesso viene trascurata. La narrazione deve avere un ritmo suo. L’esperienza conta molto, moltissimo, e con il passare degli anni ci si affina, si acquisisce mestiere. Ma se quel ritmo non ce l’hai, non puoi fartelo venire. In fondo leggere una bella traduzione è come ascoltare una bella sinfonia.”

da Pagine Ebraiche, maggio 2016

(12 maggio 2016)