Tutta colpa di Philo Vance
È tutta colpa di Philo Vance. Ho letto troppo presto e troppe volte le avventure del sofisticato, brillante, colto e scettico detective americano degli anni 20 e 30 inventato dal critico d’arte Willard Huntington Wright con lo pseudonimo S.S. Van Dine. Metteteci anche una insana quanto prematura passione per Sherlock Holmes e capirete perché i gialli e i noir di oggi mi lasciano freddo. Ne leggo ancora, ma sempre meno, per la semplice ragione che non mi divertono; ho l’impressione che la caratterizzazione dei personaggi prevalga ormai sulla trama, che l’ambizione di quasi tutti gli autori di essere moderni-civili-progressisti vada poco d’accordo con la necessità di essere cinici e disperati quanto ci vuole. E poi se ne scrivono troppi; è come se la nostra comune incapacità di indagare e risolvere i casi che la complessità del mondo reale ci presenta ogni giorno potesse invece trovare compensazione fra le pagine. Le serie televisive, infine – quelle inglesi originali, soprattutto – sono scritte meglio.
Ma è estate e ho poca voglia di leggere, così mi sono detto “fatti consigliare dal tuo amico libraio, lui ti conosce ed è un buon lettore”. A colpo sicuro mi ha suggerito Ninfee nere, di Michel Bussi (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca): “ti piacerà, c’entrano Monet, Giverny, le Ninfee…”.
Pochi mesi fa, a Londra ho passato molte ore alla Royal Academy of Arts; la mostra “Painting the Modern Garden” è stata un esempio sempre più raro di un grande evento culturale e popolare allo stesso tempo. Alcune Ninfee di Monet chiudevano l’esibizione, naturalmente, ma una delle sale più interessanti per me era stata quella dove documenti e planimetrie fornivano al visitatore la possibilità di comprendere come era stato pianificato e coltivato il giardino di Giverny dove il pittore visse e dipinse per molti anni. E così ho pensato che la mia scarsa predisposizione ai gialli contemporanei sarebbe stata almeno compensata da un libro dal quale avrei imparato qualcosa su un pittore e un luogo che amo. Per sicurezza ho comprato anche un volume della benemerita collana I bassotti che Polillo Editore pubblica da anni, dedicata al giallo classico inglese, La dama in rosso (Anthony Wynne, traduzione di Dario Pratesi). Non potevo immaginare che anche quest’ultimo avesse al centro del mistero un pittore, Holbein, e in particolare un suo quadro – quello che gli dà il titolo.
Nel noir francese la presenza dell’arte è dominante, nel giallo inglese del 1935 quasi solo un espediente, anche se essenziale. Ma qui si fermano le somiglianze. Michel Bussi, infatti, architetta tutta la sua storia dal punto di vista di qualcuno che la conosce già, mentre Anthony Wynne ricorre al tradizionale detective che indaga. Di più: la scena finale del buon giallo inglese è ambientata nella consueta sala da pranzo, con il geniale deduttore che ricostruisce, accusa, inchioda il colpevole. Del finale dell’astuto e ben congegnato noir impressionista posso dire solo che non sorprende. Il che non è una critica negativa, perché le prime due pagine del libro danno il via a un precipitare che non può che finire come va a finire. Il geografo francese gioca sugli chiaroscuri, il medico scozzese sull’ambiguità.
Al vostro ginnasta delle righe, cui resta la voglia di un libro in cui l’arte sia nelle parole, tocca tornare sulla raccolta dei Racconti di Franz Kafka, uno che non aveva bisogno che della vita quotidiana per indagare e scoprire che vittima e colpevole sono la stessa persona. Il resto è finzione.
Valerio Fiandra
(7 luglio 2016)