moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

… reazioni

Dunque, secondo la maggior parte delle figure politiche e degli analisti di primo piano, non è guerra di religione. Però è guerra. Ne testimoniano i quotidiani atti di terrorismo compiuti invariabilmente da persone di fede islamica, e le rappresaglie armate incluse le incursioni aeree contro obiettivi gestiti da leader musulmani. Per chiarire, il terrorismo opera con premeditazione contro membri non identificati della società civile, a differenza del criminale che uccide con premeditazione un’altra persone ben identificata, o del guidatore criminale che uccide senza premeditazione un pedone non identificato. La spiegazione fornita che la guerra in corso non può essere di religione perché – il dato è esatto – le vittime dell’aggressione islamica sono soprattutto musulmani, calza esattamente come l’affermazione che i musulmani non possono essere antisemiti in quanto essi stessi semiti – altro dato esatto. A volte poi si ha l’impressione che la faglia interpretativa passi fra coloro che hanno letto il Corano almeno una volta, e quelli che non hanno mai letto quel sacro Testo. Ma al di là di questi cavilli, la definizione più accurata è probabilmente che quella in corso è una guerra di identità. L’Islam, così come il Cristianesimo e l’Ebraismo, compendia diverse identità. Il Cristianesimo in Europa ebbe la sua guerra dei Trent’anni, mossa certo da interessi politici e dinastici ma anche da profonde divergenze identitarie. Anche il mondo ebraico conosce le sue battaglie condotte allo stato attuale non senza, ma per fortuna non abbondante, spargimento di sangue. Nel mondo islamico le divisioni sono più esplicite, e l’assalto identitario si svolge sia all’interno sia all’esterno. È un ossimorone l’invito rivolto all’Islam moderato affinché dia una risposta unitaria contro la violenza. Attraggono invece molta attenzione le tre principali reazioni identitarie in occidente di fronte all’urto proveniente dall’esterno. La prima, quella dell’Europa, è patetica ed evanescente, in special modo dopo Brexit, con l’invito a ricostruire un’identità di cui non si riesce mai a mettere insieme in modo esplicito i capisaldi profondi e, se vi sono, il loro rapporto con la struttura politica organizzativa dell’Unione Europea che li dovrebbe esprimere. La seconda reazione, quella degli Stati Uniti, verrà aggiudicata alle elezioni in novembre, ma la sua componente più autentica e profonda è quella dell’isolazionismo accompagnato da una velleitaria minaccia di uso della forza che ha ormai dimenticato le idealistiche pulsioni di esportazione della democrazia proclamate da tante amministrazioni precedenti. La terza via è quella di papa Francesco che si pone da solo di fronte al flagello e gli intima di fermarsi. Nella lunga storia della fede monoteista questo è già accaduto con successo più di una volta. Questa volta il successo sarebbe clamoroso, l’insuccesso sarebbe tragico.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(4 agosto 2016)