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L’importanza della prevenzione

bassanoA differenza di Giovanni Belardelli, il quale scrive sul Corriere “che rischia di portare fuori strada, continuare ad evocare la mancata integrazione degli islamici europei di seconda generazione come un modo per combattere il terrorismo”, io continuo a credere invece che la lotta al terrorismo e la necessità di misure per l’integrazione non siano due percorsi su strade così distanti. Oltre a sostenere la solita tesi che prevenire è meglio che curare, è improponibile pensare di combattere il terrorismo islamico se non cerchiamo anche di includere quella parte di popolazione di origine musulmana che se non perfettamente integrata può cadere facilmente preda del radicalismo. Del resto non mi è neanche chiaro cosa proporrebbe all’opposto Belardelli per arginare il fenomeno, a parte equiparare giustamente l’Isis ai totalitarismi del XX secolo ed ufficializzare una guerra in corso. Prima che nell’individuo subentri il demone accecante del Mujahid o dello Shahid omicida, c’è forse un essere umano, ed è su questo che la società deve agire prima che sia troppo tardi, come potrebbe trattare il malato di mente o il tossicodipendente. Sebbene sia accertato che nella scelta del radicalismo non vi siano sempre problemi di natura economica, è pur vero che vi sono innegabili cause sociali e psicologiche, che concernono il disagio di una società sempre più individuale nella quale il soggetto è sovente alienato ed abbandonato a sé stesso. Come ha scritto Oliver Roy, “l’islamismo è semplicemente l’alternativa più affascinante per chi si sente alla deriva e ha bisogno di radicalizzarsi”. I nazisti, come è stato accertato, non erano tutti degli psicopatici, e così i jihadisti, ma come insegna parte della scuola psicoanalitica, i confini tra normalità e malattia mentale sono più labili di quanto si pensi. Questo non toglie poi che il radicalismo islamico sia una tendenza inerente l’Islam, e che quest’ultimo dovrebbe epurare dal suo interno i suoi aspetti controversi ed esiziali. Ma qui ancora poco si sottolinea, che come ha anche sostenuto recentemente l’antropologo Arjun Appadurai “Lo Stato Islamico ha numerosi elementi di ipermodernità. Al pari di Al Qaeda e dei telebani non sono premoderni, sono moderni quanto noi, ma su un altro binario del pensiero umano.”

Francesco Moises Bassano

(12 agosto 2016)