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L’Italia e il dibattito sul burkini,
due voci ebraiche a confronto

burkiniÈ il tema del momento: burkini sì/burkini no. E mette in gioco diversi valori e piani di confronto: il diritto alla libertà religiosa, la dignità della donna, il rispetto delle leggi dello Stato. E ancora la sicurezza di tutti i cittadini che lo abitano. Un tema quindi complesso, che fa discutere anche all’interno dell’ebraismo italiano e del suo rabbinato. Che non presenta in materia una posizione univoca. Ne abbiamo parlato con rav Alberto Somekh, già rabbino capo a Torino, e rav Pierpaolo Pinhas Punturello, napoletano, attivo nell’organizzazione Shavei Israel.
“È un problema che esiste e che va affrontato” sottolinea rav Somekh, riconoscendo l’urgenza di un approfondimento che vada oltre la superficialità dimostrata in questi giorni dall’opinione pubblica italiana. “Essendo il tema della sicurezza fondamentale, soprattutto di questi tempi, è evidente che ci si deve sforzare di trovare delle soluzioni. Anche a costo – sostiene il rav – di rinunciare a qualcosa”. L’idea proposta è quella di riproporre un modello separato di fruizione dei luoghi privati di svago, come ad esempio le piscine. “Anche nel mondo dell’ortodossia ebraica, d’altronde, esistono piscine che offrono orari diversi per uomini e per donne. Nessuna costrizione fisica, libertà di muoversi nel rispetto dei valori della modestia ebraica. Forse – dice rav Somekh – si potrebbe pensare di agire in questa direzione, così da permettere alle donne islamiche di evitare l’impiego del burkini: orari per soli uomini, orari per sole donne e una fascia più ampia per le persone che non sono interessate a questo tipo di separazione”.
Diversa prospettiva invece per il rav Punturello. “Come ci insegna l’Halakhah, la Legge ebraica, di fronte alle leggi dello Stato l’Halakhah stessa deve fare un passo indietro. ‘Dina de-malkhuta dina’, ci viene detto. E in questo senso dobbiamo agire, anche oggi. Perché – afferma il rav – è fuorviante pensare che la libertà religiosa sia assoluta”. A parlare, spiega il nostro interlocutore, è non solo il rabbino “ma anche il cittadino”. Rav Punturello tiene a far riflettere su un fatto: se è vero che da una parte la libertà della donna a coprirsi va riconosciuta come “sacrosanta”, dall’altra è un fatto noto che questa libertà “spesso nasca da alcuni condizionamenti, che non vanno taciuti”.
Fuori luogo quindi gli accostamenti che alcuni in questi giorni hanno espresso tra le regole della tzniut, la modestia ebraica, e pratiche islamiche come quella del burkini. Perché, oltre ad essere diverse concettualmente, le pratiche (se abbandonate) hanno pure diverse conseguenze. “Se un’ebrea ortodossa sceglie di secolarizzarsi, nel peggiore dei casi potrà perdere qualcuna delle sue amicizie. In molte società islamiche, come noto – conclude il rav – le conseguenze potrebbero invece essere ben peggiori”.

Adam Smulevich
twitter @asmulevichmoked

(22 agosto 2016)