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Noi e il burkini

Sara Valentina Di PalmaAll’improvviso, capisco: ecco come è stato il viaggio che ha portato il popolo d’Israele fuori dall’Egitto. Intanto, Am Israel è partito in tutta fretta non solo per evitare che il Faraone ci ripensasse, ma anche e soprattutto per un’altra ragione.
Quanto avrebbe dovuto aspettare Moshe il nostro maestro, se alle donne fosse stato concesso il tempo di preparare: fettuccine, lasagne e halva (perché, si sa, ogni viaggio che si rispetti necessita le adeguate scorte alimentari, e però la cucina mediterranea è saporita ma un po’ pesante e avrebbe rallentato di certo la marcia); mettere in valigia vestiti, giochi dei bambini, medicinali, teli da mare, creme solari, doposole, braccioli, salvagenti e materassini… perché vero è che il viaggio doveva essere breve e nel deserto, ma non si sa mai, avessero trovato un’oasi in cui fare il bagno…
E a questo proposito, sarebbe sicuramente sorta una disputa tra le morigerate figlie di Israele, attente alla tzniut, sul Burkini.
Sebbene lo stesso Mosè sia descritto come ענו (BeMidbar 12:3), anav ovvero caratterialmente umile, e questa sia una dote da perseguire (“ti ha detto… di camminare con modestia con il tuo D-o”, Micah 6:8), quando la modestia si misura materialmente in centimetri di pelle che sia più o meno lecito mostrare in pubblico, le cose si complicano. Soprattutto, se si tratta di centimetri di pelle che altri decidono se le donne possono mostrare o meno, o che sia una scelta femminile, e quanto questa sia condizionata dalla fedeltà ad un gruppo, dalla gratificazione nella condivisione di simboli di appartenenza con altre donne, da valori personali.
Nell’ebraismo, inoltre, la modestia dipende non da prescrizione divina nè da mitzvot codificate, bensì dall’evolversi della sensibilità e dalle interpretazioni rabbiniche avutesi in diversi periodi e contesti storici, ed è dunque mutevole. Esemplare di adeguamento a codici comportamentali condivisi dal resto della popolazione, e di uno standard di modestia che qui ed oggi può apparire quantomeno bizzarro, è un bellissimo burqa afghano nero esposto due anni fa nell’interessante mostra gerosolimitana Dress Codes (Codici di abbigliamento) tenutasi presso l’Israel Museum sulla moda ebraica nei secoli, in diverse keillot nel mondo.
Non escluderei neppure che, se mai un nome non fosse usato con connotazioni identitarie fortemente caratterizzanti e politicamente orientate, il cosiddetto ‘burkini’ potrebbe definire il costume da bagno integrale musulmano così come, perché no, il costume ‘modesto’ indossato dalle donne ebree osservanti di diversi gruppi e comunità.
A proposito, infatti, del potere di nominare e di denominare (nomen omen, avrebbero detto gli antichi), se è pur vero che taluni chiamano il primo conflitto arabo-israeliano ‘guerra di indipendenza’, e altri chiamano la stessa guerra in senso opposto ‘naqba’ (catastrofe), va anche detto che per gli ebrei arabofoni arrivati in Israele nei primi anni di vita del paese soprattutto dall’Iraq e da Yemen e Aden, l’Altissimo che noi tutti preghiamo allo stesso modo veniva chiamato Allah (lessema che significa semplicemente D-o).
Se guardassimo con attenzione, invece di discutere sul rispetto dei diritti civili e sulla libertà individuale in Egitto oggi (appunto, non ci sono) piuttosto che su quanto il burkini opprima le donne musulmane (anche quelle che lo vogliono portare? O quelle cui è imposto ma che vedendosi ora vietata la possibilità di portarlo in spiaggia, non avendo alternativa, finiscono per non poter più fare il bagno?), vedremmo i nostri padri e le nostre madri ancora lì a discutere su cosa portare in viaggio, lasciandoci schiavi nella terra delle piramidi costruite con lacrime, sudore e sangue ebraico, senza aver ricevuto la Torà e privi di mazzagne e di scodellini per Pesach, il che sarebbe molto avvilente.
Alla fine, rimane il sospetto che la presa di posizione contemporanea sul burkini non concerna la libertà delle donne e la lotta al fondamentalismo islamista, ma che il vero argomento sia, ancora una volta, il controllo della popolazione femminile attraverso la gestione del corpo delle donne stesse – gestione soprattutto maschile, ma temo in parte anche accettata dalle donne a causa di una cultura femminista debole o assente.
A meno che non si parli da un lato anche di kandura, djellaba, kufyia e taqyia (vestiario tradizionale musulmano maschile, per il corpo e per la testa), dall’altro di politiche di sostegno alle donne indipendentemente dal loro vestiario… ma per fortuna Moshe Rabbenu interrompe ogni dibattito: ha fretta e vuol partire.

Sara Valentina Di Palma

(25 agosto 2016)