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Scrive Magdi Cristiano Allam in un suo post su Facebook: “Con quale coraggio il governo allestisce le tendopoli per accogliere cittadini italiani che hanno subito un terremoto le cui conseguenze sono paragonabili a quelle di una guerra vera, quando ospitiamo in comodi alberghi a tre stelle e residence oltre 100 mila clandestini che al 95 per cento sono dei parassiti che ci prendono in giro raccontandoci di essere in fuga da fantomatiche guerre?”
Ora, si sa, per certi versi Magdi Allam è un amico di Israele, e di amici Israele ha bisogno. Ma Allam è giornalista, conferenziere, opinionista pubblico. Le sue parole producono pensiero e lo diffondono.
Presi a sé stanti, gli argomenti di Allam sono assolutamente leciti e se ne potrebbe discutere all’infinito, ma è
corretto e onesto mettere in relazione le tendopoli dei terremotati con l’accoglienza agli immigrati e con la loro identificazione come rifugiati politici o terroristi? Questa mescolanza di problemi diversi non è una semplificazione pericolosa che rischia di apparire demagogica?
Ci si chiede allora quale sia il ruolo dell’opinionista, oltre che quello di esprimere la sua personale opinione. Ci si chiede se la personalità pubblica non debba sentire anche la responsabilità delle idee che diffonde, dei collegamenti logici che mette in atto. Ci si chiede se collegare i terremotati ai costi degli immigrati (piuttosto che agli sprechi dei parlamentari, alle tangenti mafiose, agli stipendi e ai bonus dei dirigenti delle aziende statali, alle pensioni dei magistrati) non sia un modo di produrre confusione nelle menti semplici e di diffondere sospetto e pregiudizio; odio, alla fine.
È questo il ruolo dell’opinionista?

Dario Calimani, anglista

(30 agosto 2016)