Musei, storie e idee
Molti gli spunti interessanti offerti dalla tavola rotonda sui musei ebraici che si è svolta domenica scorsa a Ferrara. Pur tra le inevitabili somiglianze (per esempio le esigenze di sicurezza, che peraltro, come è stato detto, riguardano ormai tutti i luoghi pubblici, non solo quelli ebraici), sono emerse anche specificità legate al luogo, al contesto, alla sede, alle risorse, al rapporto con le istituzioni e a molto altro. Variano molto tra un museo e l’altro le percentuali di visitatori ebrei. Naturalmente tutti i direttori hanno sottolineato come i musei vogliano e debbano essere luoghi di cultura viva e non solo di memoria, e mostrare una storia ebraica che non è stata soltanto sofferenza e persecuzioni. Tuttavia tutti hanno riconosciuto che non si può fare a meno di parlare della Shoah, perché, se si vuole raccontare la storia degli ebrei in un certo luogo, non si può tacere cosa è successo. I musei ebraici si pongono l’obiettivo di far comprendere che la storia degli ebrei è parte integrante della storia dei vari Paesi in cui hanno vissuto e vivono, ma anche di educare, in particolare i giovani, all’accettazione delle diversità e al rispetto reciproco.
Particolare è il caso del Beit Hatfutsot di Tel Aviv e della sua evoluzione nel corso dei decenni da “museo della diaspora” a “Museo del popolo ebraico”, per superare la dicotomia Israele-diaspora che lo caratterizzava nei suoi primi anni di vita (dalle mie prime visite negli anni ’80 lo ricordo invece come un museo fortemente ideologico, che presentava la storia ebraica come un percorso ben definito e raccontava la diaspora come una storia ormai conclusa). Un museo che oggi si pone l’obiettivo di essere il più possibile inclusivo. “Bisogna superare lo stereotipo per cui ebreo significa ashkenazita e ortodosso: – ha affermato la responsabile Orit Shaham Gover – per me chiunque si senta ebreo ha diritto di essere rappresentato nel museo”. Questa affermazione in particolare ci ricorda che costruire musei ebraici non significa solo esporre e raccontare ciò che siamo stati, ma ci costringe anche a fare scelte, a riflettere su noi stessi, su quello che siamo e su quello che vogliamo essere.
Anna Segre
(9 settembre 2016)