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Shimon Peres

Sara Valentina Di Palma Il bello di un trasloco, se c’è un bello nel fare e disfare scatoloni, è ritrovare ciò che giaceva dimenticato e tornando alla luce riporta con sé un pezzetto del passato. Come la fotocopia di quel tema in classe di seconda liceo, nel maggio del 1995, pochi mesi prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin z.l.
Iom Shishi, mentre aprendo scatoloni ascoltavo su Galei Zahal i funerali di Shimon Peres z.l., lo rivedevo insieme a questo altro grande uomo, suo rivale di partito prima e amico carissimo poi, che se ne è andato morto ammazzato dopo avere cantato, vicini, Shir LaShalom la sera del 4 novembre 1995.
La notte di Shabbat ho sognato Peres il sognatore, estimatore delle storie hassidiche, che sorridendo mi indicava il cielo, ed in cielo volavano Marc Chagall e Bella Rosenfeld, come nel vecchio tema scolastico sul volo dell’artista e della donna amata sopra la città che sembra ormai deserta, salvo una capra, a testimoniare una vitalità ormai remota. Le due diafane figure di Chagall e della compagna sono paradossalmente leggere, quasi trasparenti, ma gravate di pesanti preoccupazioni.
Sull’uomo Chagall incombono infatti il ricordo dei pogrom di fine Ottocento, la fuga dalla Russia rivoluzionaria in cui non c’è posto per un artista non allineato, la ricerca di una Terra Promessa sempre più lontana, mentre le persecuzioni naziste sono sempre più vicine. A sua volta, la palizzata in legno intorno alla città è protezione ed insieme chiusura dal mondo, ambivalente come la siepe de L’infinito leopardiano, anch’essa rassicurante eppure opprimente. Immagino il pittore imprigionato nell’ambientazione cupa del dipinto ed al contempo in fuga verso la libertà, possibile solo se si ha la forza derivante dall’essere in due insieme alla persona amata – diversamente dal minuscolo uomo rannicchiato fuori dalla palizzata, in posizione fetale, essere perseguitato il quale si chiude in se stesso per sopravvivere, ma così facendo è incapace di innalzarsi verso la libertà.
Unica presenza vivente nella città è la capra verde, “una capra dal viso semita” l’avrebbe definita forse Umberto Saba: sola, a belare tutto il suo dolore. Affetto rassicurante dell’universo ebraico prostrato dalle persecuzioni e dai sacrifici, sino a diventare il capro espiatorio, il capro emissario inviato ad Azazel ogni anni a Iom Kippur, come racconta la Torah nella Parashah di Acharè moth: “Quindi [Aron] prenderà i due capri e li farà stare davanti al Signore sulla porta della tenda della radunanza; ed Aron tirerà le sorti sui due capri; su di una sorte sarà scritto: Per il Signore, e sull’altra: Per ‘Azazel” (Vaikrà 16:8). Il primo capro è destinato ad essere offerto in espiazione, il capro vivo invece sarà inviato verso il deserto dopo aver imposto le mani sulla sua testa per confessargli tutti i peccati di Am Israel, affinché porti nel deserto le colpe dei figli d’Israele.
Ma Peres sorride rassicurante:
תנו לשמש לעלות
לבוקר להאיר
che il sole sorga, e dia luce al mattino.

Sara Valentina Di Palma

(6 ottobre 2016)