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Agnon, tra ironia e assurdo

aslanov-2Il riconoscimento internazionale di Agnon, premio Nobel per la letteratura nel 1966, e la sua percezione come scrittore classico, nutrito dalle fonti rabbiniche, non deve nascondere il carattere profondamente sovversivo della sua scrittura romanzesca. Al di là dell’immagine dell’ebreo tradizionalista che appare fra l’altro sui vecchi biglietti da 50 shekel dove il vecchio Agnon venne disegnato con una papalina nera, riferimento allusivo alla sua ortodossia religiosa, bisogna essere consapevoli del fatto che la figura iconica delle lettere ebraiche rinnovate ripercuote d’altronde gli ultimi echi del contesto culturale austro-ungarico, dove la scrittura in una lingua, qualsiasi essa sia (tedesco; ungherese; ceco; polacco; croato e anche italiano se consideriamo Svevo come un rappresentante latino di quello spirito del fin de siècle asburgico) si distingue per il suo caustico nichilismo e la sua ironia disperata.
Il mero fatto di riciclare non solo l’intertesto della Mishnah e dei Midrashim, ma anche la formulazione stessa di quei testi canonici, per esprimere dei contenuti moderni e secolari, è l’esempio più eloquente di quella potente ironia ereditata dalla letteratura austro-ungarica. In altre parole, il padre fondatore del romanzo ebraico moderno, ispirato dalla biblioteca del beit midrash, potrebbe anche essere considerato come l’adattatore all’ebraico di uno spirito deliberatamente irriverente e destabilizzante manifestandosi con l’uso parodico di una formulazione sacra per veicolare dei contenuti tutt’altro che religiosi.
Altro esempio di quella audacia nichilista incontratasi nella prosa romanzesca di Agnon è il messaggio ambivalente della sua saga autofinzionale Appena ieri dove l’eroe Itzhak Kumer lascia la sensuale e verdeggiante Giaffa per stabilirsi nell’arida e pia Gerusalemme. Questo trasferimento, che corrisponde anche alla separazione dall’emancipata e scandalosa Sonia Zweiring e al matrimonio con la pura e tradizionale Shifra, non sbocca in un happy end come lo accenna la morte di Itzhak, morso dal cane Balak, il quale si trasforma in protagonista del romanzo. La promozione del cane alla dignità di un personaggio pensante, nella cui coscienza il lettore è invitato ad entrare, ricorda, sebbene alla rovescia, la trasformazione di Gregor Samsa in uno scarafaggio nella Metamorfosi di Kafka. Lo sdoppiamento del personaggio principale fra se stesso e un cane, che sembra il suo doppio malefico, ossia l’incarnazione della sua cattiva inclinazione (yeṣer ha-ra‘) e che in effetti finisce per provocare la morte dell’eroe, costituisce anche un’elaborazione letteraria della teoria freudiana del perturbante (das Unheimliche). Del resto, non è per caso che la cattiva inclinazione si materializzi precisamente a Gerusalemme. Infatti, fu proprio nella città santa che Itzhak si purificò del suo yeṣer ha-ra‘, il quale comincia a vivere della sua propria esistenza come un essere indipendente sotto la forma di un povero cane randagio.
Gli esempi della presenza latente del cinismo viennese fin de siècle al di là della lettera ebraica satura di intertesto mishnaico e midrascico (a volte anche biblico) sono troppo numerosi per essere elencati nell’ambito di questo articolo. Basti notare che la causticità austro-ungarica manifestatasi nella tendenzia ad un’ironia assurda è ancora molto percepibile in Shira, il romanzo postumo di Agnon, pubblicato nel 1974, quattro anni dopo la scomparsa dell’autore. Lí, leggiamo nel secondo capitolo della prima parte che il Doktor Manfred Herbst scrisse un libro di 600 pagine (ossia 600 fogli che valgono 1200 pagine se dobbiamo capire dapim come “fogli” piuttosto che “pagine”) sui kelim (“ornamenti”) di Santa Sofia durante il regno di Leone III Isaurico (717-741). Ora, siccome fu precisamente Leone III ad iniziare la politica iconoclastica a Bisanzio, la presenza di kelim, parola vaga che si deve probabilmente capire come un riferimento alle icone, nella chiesa di Costantinopoli, sembra assurda. In altre parole, Herbst avrebbe scritto 600 ossia 1200 pagine su nulla! Qui si manifesta l’arte di Agnon, che suggerisce fra le righe dei significati profondamente sovversivi capaci di neutralizzare con la forza di un nichilismo caustico tipicamente austro-ungarico l’apparente serietà del testo.

Cyril Aslanov, Diploma universitario in Studi Ebraici- Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(10 ottobre 2016)