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Kippur…

È noto che il digiuno del Kippùr, assieme alla cena del Seder di Pesakh, restano le tradizioni più sentite presso il popolo ebraico. Il paradosso è che anche quella grande percentuale di ebrei che si dichiarano “laici” vivono un particolare rapporto con il Kippur, che costituisce, invece, la festa più “religiosa” e meno “storicizzabile” del calendario ebraico. C’è chi legge in questo fenomeno una sorta di scorciatoia che gli ebrei intravedono nel digiuno di Kippur dove in un’unica volta si vorrebbe assolvere ai propri doveri ebraici; quell’una tantum, del tutto fuori dall’ordinario, con cui si cercherebbe di compensare uno scarso impegno che dovrebbe essere, invece, continuo e quotidiano. C’è comunque chi privilegia l’aspetto materiale, direi folkloristico del Kippur. Si digiuna pensando al cibo che ci attende la sera, ma pur sempre si digiuna. C’è poi chi vive nell’osservanza del Kippur una dimensione familiare, sociale, comunitaria, anche nel profondo: giorno di confessione collettiva, di presa di coscienza, di riconciliazione. Credo però che nell’essenza di questo giorno straordinario, ci sia invece una paradossale verità e cioè che gli ebrei sono nella loro essenza molto più intrisi di Torà di quanto vogliano ammettere. C’è una frase dello Zohar, il testo base della Kabbalà, che è sconvolgente per chi l’accetta nel suo pieno significato direi esistenziale: “Israel, Kudhshà Berich Hu, vehoraiità, had hu”, il
popolo di Israele, il Santo Benedetto Egli Sia e la Torà sono un’unica e identica cosa.
Nel giorno di Kippùr gli ebrei si riuniscono nei Batè Hakenesset per rinnovare questo patto affinché ogni singolo ebreo accetti su di se la missione che il destino ci ha affidato.
Chatimà Tovà

Rav Roberto Della Rocca, rabbino

(11 ottobre 2016)