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Il cavallo senatore

torino vercelliC’è solo l’imbarazzo della scelta, se parliamo di notizie taroccate. Tra le tante, basti citare questa, che data oramai al 2012, gettata in pasto al pubblico della Rete, a partire dai social network, nel mezzo di una campagna elettorale dai toni, tanto per cambiare, sovreccitati, aspri e astiosi: «Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti favorevoli e 165 astenuti il disegno di legge del senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente file legislatura. Questo fondo prevede lo stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato. Questo quando in Italia i malati di SLA sono costretti a pagarsi da soli le cure. Rifletti e fai girare». L’informativa, messa in circolazione come post di Facebook e poi ripresa in altri contesti, era una bufala. Delle più colossali. In quanto costruita come falso clamoroso, tanto più enfatico poiché volutamente inverosimile. Senza neanche stare a rifletterci più di tanto, infatti, i dati contenutivi erano palesemente incongrui. Alla semplice verifica epidermica di buon senso. Partendo dal riscontro che il Senato della Repubblica è attualmente composto da 315 senatori eletti (e cinque a vita) e non di 422 membri, come invece si desume immediatamente dalla somma algebrica di favorevoli e astenuti citati nel testo. (Per inciso, non c’è l’obbligo, a prescindere, per ogni cittadino di sapere quanti siano i senatori, ma se si reagisce ad una sollecitazione di tale contenuto, anche la verifica dei singoli dati è parte integrante della costruzione di un giudizio di merito). Passando poi per la cifra iperbolica di 134 miliardi di euro, corrispondente, grosso modo, al prodotto interno lordo annuo di uno Stato come la Romania e senz’altro ad un decimo di quello del nostro Paese. (Anche qui: una dimensione di grandezza tanto elevata, un valore così roboante, avrebbero dovuto da subito indurre una qualche perplessità.) Il senatore Cirenga, quindi, aveva letteralmente “dato i numeri”. Ossia, li aveva dati (prendendosi gioco dei lettori e, soprattutto, degli incauti fruitori, ovvero quelli abituati ad immediato sdegno) qualcun altro, poiché ad una veloce verifica sarebbe emerso da subito che nessun cittadino italiano di nome Cirenga era, all’epoca dei fatti, senatore della Repubblica. Insomma, qui Caligola aveva per davvero fatto senatore il suo cavallo. Con l’assenso, francamente un po’ beota, dei tanti – molti, troppi – che avevano da subito, del tutto irriflessivamente, condiviso la falsa notizia, propalata proprio per vedere quale sarebbe stata la reattività dei destinatari. E con tanto di accompagnamento dell’oramai abituale corredo di invettive, insulti, ferocie assortite, promesse di lavacri sanguinolenti, di rese dei conti grandguignolesche e quant’altro. L’episodio, uno dei tanti, conserva, a distanza di tempo, una qualche eco di ritorno poiché era stato usato come esca per misurare sia il grado di credulità del popolo degli internauti sia la disponibilità ad accogliere gli effetti della rettifica, una volta rivelata apertamente l’inconsistenza (peraltro già di per sé palese, palmare, indiscutibile) di quanto era contenuto nella “news” costruita a tavolino. Dinanzi alle repliche, non solo di una parte minoritaria del pubblico, quello immediatamente resosi conto delle incongruità, ma poi anche di coloro che avevano veicolato la falsa notizia, auto-mascheratisi in pubblico, molti interlocutori hanno invece continuato a ribadire che essa, vera o non vera che fosse, a loro pareva intrinsecamente verosimile e, quindi, attendibile a prescindere, rivendicandola in quanto fondata non più sul piano dei fatti ma della loro ricaduta civile e morale. In altre parole: è tutta una finzione ma noi vogliamo considerarla “come se” fosse autentica. Quindi, per noi vale facendo a meno di qualsiasi discorso di merito, di fatto, di verifica. Intorno a questo bisogno di credere indipendentemente da qualsivoglia riscontro, così come alle dinamiche di rinforzo del giudizio fallace, alla sua viralità, al suo costituire una proiezione del narcisismo di massa che attraversa il bisogno compulsivo di “giudicare pregiudicando”, come più in generale al nesso tra informazione virtuale e virale e credulità, quest’ultima sospesa tra ingenuità di fondo e ritorno delle superstizioni, si esercita un agile volume uscito in queste settimane, a firma di Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, intitolato alla «Misinformation» (per i tipi della Franco Angeli di Milano). Non si tratta di un testo di “denuncia” di un qualcosa, men che meno di qualcuno (chi, poi, se non dei molti o addirittura di tutti?) ma di una indagine sul costituirsi delle opinioni destituite di fondamento e sul loro prevalere tra gli utenti del web. Le ricerche, così come le riflessioni, in materia sono oramai divenute un campo di lavoro a sé, sopravanzando anche quegli ambiti disciplinari e di studio, come la sociologia o la psicologia delle comunicazioni, che ancora un certo numero di anni fa ne erano invece il terreno elettivo. Gli ambiti di ricaduta sono peraltro molteplici, richiamando logiche e percorsi di coinvolgono un grande numero di soggetti. Il primo punto da cui partire è il ricorso al «meme» (dall’anglicizzazione del termine greco mímēma, ovvero «imitazione»). Si tratta di una parola che indica una particella di informazione, non importa se sottoposta a verifica, laddove semmai è rilevante la sua capacità di creare credibilità intorno a sé, ossia a ciò che contiene e diffonde, la quale riesce a replicarsi in un ampio ambiente secondo una modalità imitativa. La forza di qualsiasi meme sta nella sua stessa viralità, qualcosa che lo rende difficilmente contenibile con i soli strumenti del raziocinio. Come in un processo a catena, di cui si conoscono le premesse ma non le conseguenze, esso si diffonde per il tramite della condivisione. La velocità con la quale tutto ciò accade è anche in relazione al fatto che il cosiddetto “cyberspazio” è un habitat dove vi è un elevato grado di disintermediazione, ossia la mancanza o comunque la carenza di filtri di controllo e riscontro, in genere esercitati da agenzie di selezione cognitiva e gerarchizzazione dei significati (come, ad esempio, la scuola), riguardo ai contenuti che vi sono immessi. Più che un sistema anarchico, dove coesistono spinte e controspinte di ogni genere, il web va semmai configurandosi come una somma complessa di circuiti di idee, tra di loro alternativi e quindi conflittuali, dove gli individui che vi navigano scelgono in quale di essi stare. Si tratta quasi sempre di una opzione granitica, insindacabile, non soggetta a verifiche. Da ciò deriva un altro fenomeno, ossia la ricerca del “sempre uguale”, del fatto, della idea, dell’opinione, della suggestione che rafforzano il sistema di credenze nel quale ci si riconosce. Gli autori di Misinformation parlano, al riguardo, di una «tendenza delle diverse comunità [di navigatori] a riunirsi attorno a narrazioni o visioni della realtà condivise». È in questa cornice, dove si cerca la conferma del risaputo che interviene «la propensione ad interagire anche con notizie poco credibili e difficilmente verificabili». Come, per l’appunto, nel caso delle “bufale”. Ciò che si sollecita, in buona sostanza, è il riscontro coerente con le aspettative precostituite. Non è allora la qualità dell’informazione a fare la differenza bensì la sua disposizione a certificare, rafforzandolo, quanto si percepisce, frequentemente anche in termini emotivi, come insindacalmente “giusto”. Se una informazione, ancorché palesemente non vera, va in quel senso, allora avrà una buona probabilità di essere messa in circolazione e condivisa. Lo spostamento immediato dal giudizio di fatto a quello di valore è quindi pare integrante di un percorso dove lo specchio comune è quello in cui non si cerca un’immagine effettiva delle cose, delle persone, delle relazioni ma quella invece creduta come più desiderabile. Le dinamiche dei gruppi online seguono due indirizzi paralleli: da una parte ci si conforta piuttosto che confrontarsi, cercandosi quindi tra omologhi per ripetere lo stesso giudizio, in una sorta di «echo chamber» (un termine che si rifà alle dinamiche dei nuovi circuiti informativi: «an echo chamber is a metaphorical description of a situation in which information, ideas, or beliefs are amplified or reinforced by transmission and repetition inside an “enclosed” system, where different or competing views are censored, disallowed, or otherwise underrepresented. The term is by analogy with an acoustic echo chamber, where sounds reverberate»); dall’altra, una volta identificato un gruppo di coalizione, dal quale si ottiene e al quale si offrono solidarietà affettiva, emotiva e morale, si va spesso alla ricerca di qualche avversario (o presunto tale), possibilmente privo di un gruppo di supporto, per attaccarlo, colpirlo e, plausibilmente, annientarlo (va da sé che si sia, parlando di web, su un piano figurato). Ne deriva un’ulteriore polarizzazione e radicalizzazione del pensiero, una «estremizzazione delle posizioni unitarie», confermato da questo agire da “guerrieri del monitor” e “leoni della tastiera”. La distanza fisica, se non l’astrazione, dagli oggetti della propria avversione incrementa, e di molto, la propensione al ricorso ad hate speech. Non a caso, infatti, la letterale scarnificazione, la riduzione a puro simbolo di ciò a cui ci si contrappone visceralmente, in altre parole la sua “de-umanizzazione”, è la premessa per liberare tutte le pulsioni più aggressive. Senza nutrire sensi di colpa. Questo insieme di atteggiamenti e di condotte, che peraltro riproducono (comunque amplificandole e di molto) dinamiche presenti anche nella vita di tutti i giorni, trova tanto più riscontro nel momento in cui la realtà quotidiana si presenta come indecifrabile, immodificabile con le proprie energie e, quindi, fonte di numerose frustrazioni. Se le cose si fanno “complesse”, e quindi poco o nulla comprensibili con gli strumenti che usiamo abitualmente, la tentazione di semplificarle usando schemi ideologici, nei quali anche la falsità entra in gioco a pieno titolo, aumenta di molto. Rispondendo, nel medesimo tempo, al bisogno di rendere intellegibile l’altrimenti incomprensibile ma anche rafforzando una sorta di pseudo-critica all’ordinamento esistente che si alimenta, sempre per usare le parole dei due autori, di una «tensione antagonista e in alcuni casi iconoclasta» rivolta contro l’apparente graniticità di ciò che ci si para dinnanzi. Ancora una volta, il collante dell’avversione funge da risarcimento rispetto alla situazione in cui la cognizione che si ha di se stessi è quella di individui abbandonati al proprio destino, cani solitari che latrano alla luna. Il pensiero complottista, del quale già si è abbondantemente parlato in questa sede, e che abbisogna costantemente di bufale per continuare ad esistere, diventa così un sistema coerente, intrinsecamente razionale, di convincimenti la cui concreta funzione è di contenere il senso di incertezza, la percezione di spaesamento, l’angoscia da smarrimento dei propri punti di riferimento. Chiosano Quattrociocchi e Vicini: «uno degli elementi caratteristici di questo tipo di approccio alle cose è l’incapacità di attribuire cause casuali agli eventi sociali, economici, politici più significativi che, invece, vengono decodificati attraverso una narrazione che cerca, definisce e, alla fine, alimenta l’esistenza di trame ordite da organizzazioni segrete, poteri forti, entità generiche che minacciano l’ordine e il benessere sociale». Al di là del fatto che alla seconda parte del discorso meglio si confarebbe il ricorso al condizionale, tornano comunque in mente le parole che un magistrale Woody Allen mette in bocca, come esordio programmatico, al suo triste e cinico protagonista in «Match Point», quand’egli, con voce fuoricampo, afferma che: «chi disse: “preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita [di tennis] la palla colpisce il nastro. E per un attimo può andare oltre. O tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre. E allora si vince. Oppure no. E allora si perde».

Claudio Vercelli

(20 novembre 2016)