moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Quando il terrorismo diventa incendiario
“Sono i vigili del fuoco il nostro modello”

È durata una settimana la lotta d’Israele per spegnere le fiamme che la scorsa settimana sono divampate in molte parti del paese. Fiamme che hanno divorato 7400 acri di parco naturale, diventando uno dei disastri ambientali più gravi subiti dal paese. Haifa, una delle città più colpite, con oltre 500 abitazioni distrutte e migliaia di famiglie evacuate durante i giorni in cui soccorsi e vigili del fuoco erano all’opera. Molte sono rientrate nelle proprie case, a Haifa come in altre zone, ma ad altre le fiamme hanno portato via quasi tutto. “Non mi aspettavo di trovare qualcosa perché mi era stato detto che era bruciato tutto – ha raccontato Abigail Ben Nun, 78 anni, scampata alla Shoah in Europa – ma vedere una casa che è rimasta in piedi per 35 anni, completamente distrutti, è difficile da descrivere. Per riprendersi ci vorrà del tempo”. Secondo gli investigatori, la casa di Abigail, nell’insediamento di Halamish, in Cisgiordania, è stata incendiata e il movente parla di nazionalismo palestinese. Come ad Halamish in altre zone, in Cisgiordania quanto in Israele, ad appiccare le fiamme è stato la mano umana: secondo le prime ricostruzioni, circa la metà degli incendi era di natura dolosa. Una trentina di persone, per lo più palestinesi, sono state arrestate mentre ancora da Haifa ((città a nord d’Israele, la terza per numero di abitanti) a Gerusalemme vigili del fuoco, protezione civile ed esercito lavoravano per spegnere le fiamme. “Terrorismo incendiario”, l’ha definito il Primo ministro Benjamin Netanyahu: “Ogni incendio doloso, e ogni istigazione a compierlo, è terrorismo a tutti gli effetti. E lo tratteremo di conseguenza”, le sue parole mentre sempre più indizi portavano alla strada della responsabilità umana. “Questi terroristi hanno chiaramente cercato di colpirci. Non è divampato il fuoco qui ma il terrore a cui bisogna rispondere con la mano pesante”, l’arrabbiato appello di Abigail, intervistata dai giornalisti nei pressi di quella che fino a pochi giorni prima era casa sua.
“Avevo fotografie lì dentro, lettere che ho conservato per tanti tanti anni. Gli appunti lasciati da mia madre. Se ne è andato tutto”.
Secondo le prime stime i danni che gli incedi – in una sola giornata ne erano stati registrati 200 in tutto il paese – hanno causato ammontano a 2miliardi di shekel, quasi 490 milioni di euro.
Unica seppur poco consolatoria nota positiva, la grande mobilitazione internazionale a favore d’Israele con l’Italia tra i primi paesi a prestare aiuto davanti al disastro. Anche l’Autorità nazionale palestinese ha collaborato a spegnere le fiamme, con Netanyahu che ha direttamente ringraziato il presidente Mahmoud Abbas per essersi messo a disposizione. Il Primo ministro ha anche sottolineato l’apprezzamento per aver visto molte famiglie, ebraiche e arabe, aprire le proprie case per accogliere le vittime del fuoco.
Un grazie anche da parte del Presidente d’Israele Reuven Rivlin che ha ricordato il coraggio dei vigili del fuoco, israeliani e non, che hanno lavorato senza sosta per domare il fuoco: 2500 in tutto, impegnati notte e giorno. “Un esempio per i nostri figli”, ha affermato Rivlin, parlando agli uomini e le donne che si sono impegnati a spegnere le fiamme, divampate anche a causa dell’odio, in Israele.
“Non ho mai visto la mia città in una condizione simile”, ha commentato il sindaco di Haifa Yona Yahav, che ha parlato di una “tragedia senza eguali”, con 60mila persone che nel momento più critico, sono state fatte evacuare. Il ministro dell’Economia Moshe Kahlon ha promesso che il governo stanzierà subito 2500 shekel (600 euro) a persona per poter affrontare le prime difficoltà.

d.r.