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…Nobel

Bob Dylan, come ogni autore, lo si deve accettare per quello che è, e se ne possono valutare e apprezzare (o non apprezzare) le opere, indipendentemente dal personaggio e dalla sua personalità. È l’opera che importa: dell’autore si può tranquillamente fare senza. Ciò detto, tuttavia, a me Dylan sta simpatico, me lo rendono simpatico le canzoni e i testi, anche se il suo modo di essere mi è in buona parte indecifrabile. Mi sta simpatico anche per certe esagerazioni a cui si lascia andare, ad esempio, nella lettera di ringraziamento che ha inviato a Stoccolma, là dove afferma che anche lui, come Shakespeare, non ha mai pensato, scrivendo le sue canzoni, di star facendo letteratura. È vero: Shakespeare non immaginava di star creando il corpus letterario teatrale più famoso, forse più importante (finora almeno), nella storia dell’umanità. Shakespeare era solo intento a intrattenere il suo pubblico e, primariamente, a guadagnarsi da vivere. Il teatro del suo tempo era disdegnato, giudicato depravato e corrotto, un’attività di infimo valore culturale. Mai avrebbe immaginato Shakespeare che a cinque secoli di distanza gli avrebbero ancora dedicato festival e commemorazioni varie. Sorge però un dubbio sull’analogia tracciata da Dylan: Dylan come Shakespeare? In letteratura è difficile fare confronti e pesare sulla bilancia la qualità delle opere. Ma chissà se qualcuno a Stoccolma è riuscito a leggere nelle parole di Dylan, oltre alla sua gratitudine, anche il suo sberleffo al formalismo paludato della celebrazione. Simpatico Dylan, fuori di ogni controllo, fuori di ogni misura e di ogni ‘giusta’ aspettativa. Grande Dylan, degno di un Nobel.

Dario Calimani – Università Ca’ Foscari Venezia

(13 dicembre 2016)