Oltremare – Due minuti

fubiniA me il Giorno della
Memoria è sempre andato stretto. Troppo cerebrale, strutturato, tematizzato, sottolineato, a volte perfino gridato. D’accordo forse sarebbe complesso, logisticamente parlando, far risuonare in tutta l’Europa una sirena lunga due minuti alla stessa ora, anche se i fusi orari non son poi tanti. La gente fermerebbe le macchine, anche in autostrada, scenderebbe dagli autobus, ascolterebbe a capo chino. Il ricordo del peggiore sterminio del terribile Novecento europeo, anche per i tanti che non hanno nessuno di famiglia da ricordare, nessun albero genealogico abbattuto dai nazisti o dai fascisti, diventerebbe qualcosa di palpabile. Stare in piedi in un luogo qualunque della strada quotidiana fra casa e lavoro, o con i sacchetti della spesa che tagliano le mani, e fermarsi immobili con intorno altri sconosciuti per quei due minuti, con la consapevolezza che tutti, proprio tutti sono fermi in quello stesso momento in tutto il continente, aiuterebbe forse anche gli europei meno coinvolti, meno propensi alla memoria, a lasciarsi contagiare. La memoria è contagio, è qualcosa di quasi telepatico, che se tocca i nervi giusti non ha quasi bisogno di essere verbalizzata. E forse nella corsa all’ultimo testimone, questa generazione sta perdendo la capacità di vivere la memoria come un sentimento. Quando noi in Israele ci fermiamo (fermiamo un intero paese di otto milioni di persone) per ricordare, nessuno interroga i propri compagni di silenzio su quante nozioni sa sulla Shoah. Certo, noi siamo il paese del post-Shoah, ma non si creda che ogni liceale sappia recitare i nomi dei campi di sterminio o le tappe della democratica salita al potere di Mussolini o di Hitler. Se la memoria della Shoah diventasse il perno sul quale far girare la coscienza del continente europeo, non avrebbe bisogno di tanta pompa magna. Sarebbe un memento chiaro e fermo al presente, e un freno ad ogni deriva populista ed anti-democratica. Finché resta solo una giornata di interrogazione alla lavagna con gli intellettuali che danno i voti alla fine della lezione, fa meno della metà del suo lavoro.

Daniela Fubini

(30 gennaio 2017)