Il cono d’ombra

Sara Valentina Di PalmaIl 27 dicembre 1987, pochi mesi dopo la morte di Primo Levi (il quale negli ultimi giorni della sua vita aveva assistito sgomento all’emergere di fenomeni negazionisti, come ha ricostruito Francesco Lucrezi in La parola di Hurbinek. Morte di Primo Levi, Giuntina 2005), sulle pagine del Corriere della Sera in un’intervista dal sintomatico titolo Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole, lo storico Renzo De Felice dichiarava l’Italia fuori dal “cono d’ombra dell’Olocausto”.
Con tale formula, poi divenuta notoria, il primo studioso della persecuzione ebraica in Italia assolveva pienamente il fascismo da qualsivoglia responsabilità nella discriminazione prima, e nella persecuzione sino al genocidio poi, degli ebrei italiani e stranieri nel nostro paese durante la Seconda guerra mondiale.
Se tale posizione poteva essere comprensibile nei primi anni Sessanta, quando De Felice iniziava a pubblicare le sue ricerche sulla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo – nonostante il lavoro di ricerca di Massimo Adolfo Vitale per il Comitato Ricerca Deportati Ebrei stesse già facendo emergere una realtà profondamente diversa rispetto all’immagine edificante di pieno aiuto e sostegno alla popolazione ebraica e di una persecuzione imputabile al solo occupante nazista – ben diverso è il panorama storiografico del periodo in cui De Felice viene intervistato e ripubblica poi il suo studio, continuando a difendere il mito del bravo italiano.
La collocazione dell’Italia fuori dal cono d’ombra della Shoah, infatti, veniva contestata dagli studi pubblicati tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta dagli studiosi Michele Sarfatti con le sue ricerche sul razzismo mussoliniano e sul corpus giuridico antiebraico fascista (sin dal monografico per “La rassegna mensile di Israel” sulle leggi razziste nel cinquantesimo anniversario dalla loro emanazione, 1938: le leggi contro gli ebrei), Liliana Picciotto con la ricostruzione della sorte degli oltre ottomila ebrei deportati dall’Italia ne Il libro della memoria (Mursia 1991), ed infine dal già menzionato David Bidussa con la denuncia delle responsabilità italiane sin dalla fase preparatoria dello sterminio (Il mito del bravo italiano, il Saggiatore 1994).
A sottolineare la partecipazione italiana alla Shoah ha contribuito il convegno, svoltosi lo scorso lunedì nella Sala Maggiore del Palazzo del Comune di Pistoia, Dentro al cono d’ombra. Storia e memoria della Shoah, curato dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Pistoia con il patrocinio del Comitato Unitario per la Difesa delle Istituzioni Repubblicane del Comune di Pistoia e del Comune di Pistoia stesso, e con il contributo della Regione Toscana e della Comunità Ebraica di Firenze – in apertura alle iniziative di Pistoia capitale italiana della Cultura per il 2017 insieme alla mostra In viaggio. La deportazione nei lager (Piazza San Francesco, 27 gennaio – 3 febbraio).
I lavori della giornata, coordinati da chi scrive e da Stefano Bartolini, hanno visto la partecipazione di eminenti studiosi, dalle cui considerazioni è emersa la seguente ricostruzione – di cui mi assumo piena responsabilità, nella declinazione necessariamente riassuntiva.
Per gli ebrei sulla soglia del baratro, la Shoah ha rappresentato quello che oggi possiamo immaginarci come uno tsunami, un misto di modernità ed arretratezza per le modalità di conduzione di un genocidio che non ha pari nella storia: non era mai accaduto prima che un ebreo di Rodi fosse prelevato da casa sua per essere ucciso in un centro di sterminio distante migliaia di chilometri, con un dispendio immenso di risorse umane nei termini di teorizzazione ideologica, organizzazione burocratica, competenze tecnologiche, impiego economico per espellere parte della propria cittadinanza, disumanizzarla e quindi mandarla a morte, insieme a più arcaici ma non meno invasivi eccidi per mano di plotoni di esecuzione.
Nostro compito è riconoscere le responsabilità naziste (non tedesche), la novità di quanto stava accadendo (al punto che non esisteva un termine tale per denominarlo, finché l’esule ebreo polacco Raphael Lemkin non ha coniato la parola genocidio, mentre esso era in corso), l’autonomia italiana nell’elaborazione delle leggi razziste (non razziali, che è un termine neutro) evidente dal fatto che esse non ricalcavano pedissequamente quanto vigeva nella Germania hitleriana, ma in alcuni casi erano anche più gravi (si pensi all’espulsione generalizzata degli studenti dalle scuole pubbliche).
Come anche ricordare che non c’è ragione altra della persecuzione degli ebrei, se non che il nazionalsocialismo ed i suoi alleati fascisti in parte volevano perseguitare gli ebrei, in parte erano quantomeno indifferenti all’antisemitismo. Tutto questo è stato rammentato da Michele Sarfatti, insieme al fatto che quasi nessuno nel 1938 ha protestato, nel momento in cui quasi tutti, dopo aver assistito alla cancellazione della democrazia sedici anni prima, stavano ora a guardare la cancellazione degli ebrei dalla società, e poi la loro cancellazione fisica tout court.
Le parole di Giovanni Contini, intervenuto sulla memoria della deportazione, confermano come anche dalle testimonianze orali emerga un quadro di piccoli e grandi cattiverie attuate dagli altri italiani dal 1938 in poi – nonostante, come ha evidenziato Guri Schwarz in Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell’Italia post fascista (Laterza 2004), anche da parte ebraica siano state a lungo dimenticate le angherie subite da vicini, conoscenti ed amici, in nome della reintegrazione nella società che si voleva credere nuovamente legata a quei valori risorgimentali che avevano permesso l’emancipazione ebraica dai ghetti e la piena cittadinanza.
Se fino alla caduta del muro di Berlino ha retto il paradigma antifascista che poneva l’enfasi sul militante, la fine delle ideologie e la crisi della politica negli anni Novanta hanno iniziato a privilegiare le vittime, nel momento in cui i Paesi dell’Unione Europea cercavano nuove spinte morali condivise in cui amalgamare le diversità nazionali: la commemorazione della Shoah è stata quindi individuata come potente collante, ed il Giorno della Memoria è divenuto patrimonio comune di una storia unificante che, nelle parole dello stesso Guri Schwarz a concludere i lavori della mattina, permetteva di indicare il limite distruttivo esemplare cui l’Europa non voleva arrivare, senza però suggerire alcuna proposta di modelli costruttivi.
Oggi, di fronte alla chiusura di molto paesi europei alle sfide della multiculturalità, possiamo dichiarare fallito questo processo, e con lui gli intenti costitutivi del Giorno della Memoria, di per sé insufficiente al mantenimento di valori democratici.
I nodi cruciali nella celebrazione del Giorno della Memoria oggi sono stati oggetto anche della relazione di Marta Baiardi, la quale ha riflettuto sul peso crescente della memoria dei giusti e sulla loro sacralizzazione volta a collocare il loro operato fuori dalla storia, in un contesto agiografico che Enzo Collotti definirebbe quello della Memoria come religione civile (Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Ombre Corte 2006).
In realtà, la ricostruzione storica prospetta un panorama ben più variegato ed ambiguo di quello offerto dal binomio persecutori/salvatori, come mostrano i casi di diverse persone disposte ad aiutare gli ebrei in fuga in un momento e a denunciarli in un altro, o ad aiutare con motivazioni diverse dall’altruismo (in cambio di denaro o per inconsapevolezza di chi stessero aiutando e della pericolosità insita nell’offrire aiuto).
Enrico Acciai e Matteo Stefanori hanno rispettivamente illustrato, infine, due aspetti non secondari: il contesto generale di sfollamento in cui si muovevano gli ebrei in fuga, e l’opposto teorico prima e materiale poi della Resistenza al salvataggio, temi su cui ci sarebbe ancora molto da indagare. Nel nostro intento, non solo in occasione del Giorno della Memoria.

Sara Valentina Di Palma

(2 febbraio 2017)