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purezza…

Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè e il popolo d’Israele elevano un intenso canto di ringraziamento al Signore, per la salvezza e per il miracolo con il quale essa si era manifestata.(Esodo, 15, 1-19). Nella parte iniziale della cantica, il profeta pronuncia fra l’altro questa frase “Zeh E-lì veanvehu”. Nel suo significato letterale, l’espressione si può così intendere: “Questo è il mio D.O e lo glorificherò”, tuttavia, per la molteplicità dei riferimenti semantici della forma verbale, questo passo ha dato luogo a varie interpretazioni che esprimono alcuni aspetti fondamentali dell’ebraismo, particolarmente legati alle diverse modalità di manifestazione della fede e del legame più intenso con il Signore. Nel Talmud (Talmud b. Shabbat 133b) troviamo due diverse spiegazioni. La prima è così espressa: “Manifesta la Sua magnificenza attraverso l’adempimento dei Comandamenti”. Il senso di questa affermazione è l’importanza di adempiere ai precetti nella forma migliore possibile, non limitandosi al semplice rispetto della norma ma esprimendo l’intensità del sentimento di fede e di gratitudine al Signore anche attraverso la scelta degli oggetti rituali e per il culto di più bell’aspetto. Nello stesso passo del Talmud troviamo la spiegazione di un altro Maestro, Abbà Shaul, che afferma: “Renditi simile a Lui, come Egli è pietoso, così sii tu pietoso, come Egli è pieno di misericordia, così sii tu misericordioso”. Il principio che ci richiama a seguire le qualità del Signore, nel mostrarci sensibili, solleciti e generosi verso il prossimo, non si contrappone al valore dell’adempimento dei precetti rituali nella forma più degna a rendere onore all’Eterno ma lo integra, ci ricorda infatti che, se viene meno la nostra disponibilità ad aiutare chi più ne ha bisogno, allora anche i più accurati gesti ed oggetti rituali rischiano di perdere il loro valore. La versione aramaica di Onkelos spiega: “Costruirò per Lui un Santuario”; il Santuario rappresenta, nella sua dimensione concreta, la provvidenza divina che si manifesta nel mondo, il legame simbolico tra Cielo e terra, tra l’uomo e D.O, tra Israele e le nazioni del mondo, attraverso il Santuario la benedizione dell’Eterno si irradia su tutto il creato. Per questa molteplicità di valori, la speranza nella futura ricostruzione del Santuario esprime l’intensità dell’attesa messianica nell’ebraismo. Nel tempo storico che scorre da duemila anni, da quando il Santuario è stato distrutto, esiste tuttavia nell’animo dell’ebreo un santuario simbolico, puramente spirituale, al quale allude il commento di Rabbi Shimshon Refael Hirsch: “Renderò me stesso idoneo ad essere dimora e ricettacolo della Shekhinah, della Presenza Divina, mi consacrerò e mi renderò puro in modo che il mio corpo sia degno che entro di me si trovi la Shekhinah”.
Dalla stessa espressione “Veanvehu”, i vari commenti ci introducono quindi al percorso che ci avvicina e ci lega al Signore, nel ricercare la purezza dentro di noi, nella generosità disinteressata rivolta verso il prossimo, nell’adempimento più intenso dei Comandamenti e nell’attesa messianica.

Giuseppe Momigliano, rabbino

(8 febbraio 2017)