moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

“Alluvione, una ferita aperta”

Schermata 2017-02-21 alle 08.00.24“Erano passati solo 22 anni dalla fine della guerra e la Comunità ebraica aveva, seppur con dolore, ricominciato a vivere, i negozi, i magazzini erano stati riaperti, le merci sparite erano state sostituite. Di nuovo moltissimo andò perduto. Un documento di una famiglia fiorentina, in tedesco ed italiano, sancisce la chiusura di un negozio e la requisizione dei suoi beni perché di ebrei. Riaperto, dopo la guerra il negozio, riavviato il commercio il documento era tenuto in un cassetto, l’alluvione ha lasciato le sue tracce su di lui come sulla merce distrutta rovinata, fili, magliette, pezze di stoffa piene di fango o anche solo macchiate ma con quell’odore che non andava via, che per cercare di non perdere tutto venivano vendute a due lire. Rocchetti di filo un po’ rovinati che per anni erano l’alternativa economica a quelli nuovi immacolati. Esperienza di tanti”.
All’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione la testimonianza sull’alluvione di Firenze della Consigliera UCEI Sara Cividalli, che fu giovanissimo angelo del fango.

Il 4 novembre 1966 ha segnato la vita di Firenze e della sua Comunità, è questa una data di quelle che non si possono dimenticare.
Il 3 novembre aveva piovuto incessantemente tutto il giorno, il 4 novembre era allora un giorno festivo, non eravamo andati a scuola, però negozi di alimentari erano aperti, la mattina. In casa improvvisamente era mancata l’acqua, l’elettricità, si era venuto a sapere, suppongo tramite la radio, che l’Arno aveva rotto gli argini, i miei genitori mi mandarono a comprare qualcosa in un negozio vicino a casa, ma l’acqua stava arrivando anche da noi, rapidamente tornai indietro e dall’alto cominciammo a guardare cosa accadeva in strada, i sempre più rari passanti che camminavano con l’ombrello sotto la pioggia che continuava a scendere mentre l’acqua diventava sempre più alta, copriva i tetti delle automobili e continuava a salire inesorabile. Non si vedeva più nessuno, il silenzio era totale, non ho mai più sentito un silenzio così profondo, nemmeno in alta montagna dove c’è sempre una foglia che si muove, un po’ di neve che scricchiola, un’ape che ronza. Non avevo ancora 14 anni, quello che accadeva mi rendevo conto di quanto fosse terribile, ma allo stesso tempo lo guardavo con occhi carichi di stupore per quello che la natura poteva fare, soprattutto il silenzio mi impressionava e in un certo senso ne subivo il fascino. Il silenzio durò tutto il giorno, in casa niente luce, niente acqua, niente gas. Chi aveva una candela aveva paura di accenderla per paura che potessero avvenire esplosioni per possibili fughe di gas. Un’esplosione aveva rotto il silenzio.
Come si trascorse la giornata? Io la passai guardando e leggendo, mi ricordo ancora il libro “Atomi in famiglia” di Laura Fermi.
Non si sapeva niente di chi abitava a poche decine di metri.
L’acqua faceva da padrona con i suoi turbini e i suoi mulinelli soprattutto nel centro, causò danni enormi ad opera d’arte, monumenti, edifici pubblici e privati, a biblioteche. Il nostro Tempio era in una delle zone più duramente colpite, ancora si vede il segno di dove è arrivata l’acqua.
La mattina dopo, quando ci siamo svegliati, l’acqua non c’era più, era andata via rapidamente come era arrivata, al suo posto tanto fango, un fango speciale viscido, oleoso, misto a nafta. Pericoloso uscire di casa. La gente cercava di liberare cantine, magazzini, primi piani ed interrati, dal fango e dall’acqua che vi si annidava. Comparvero, non so come, gli stivali di gomma, le galosce, come si dice a Firenze, non avevano certo una suola che impedisse di scivolare, ma ci si poteva muovere. Con le galosce ai piedi si cominciò a lavorare. Per noi giovani della Comunità ebraica fu naturale andare a dare una mano. Il Tempio era in una delle zone più colpite, l’acqua aveva distrutto e rovinato arredi, libri sacri ed una preziosa Biblioteca di testi antichi.
Al Tempio i sefarim furono portati gocciolanti e sporchi di fango nel matroneo. Qualche giorno dopo arrivò da Roma un gruppo di ebrei per portare aiuto, tra questi Luciano Camerino, un sopravvissuto ad Auschwitz, che vedendo quanto accaduto ebbe un infarto e morì, durante la notte, all’ospedale di S.Maria Nuova, accanto a lui il morè Sciunnach che tanti lutti aveva subito a causa delle persecuzioni nazifasciste.
Erano passati solo 22 anni dalla fine della guerra e la Comunità ebraica aveva, seppur con dolore, ricominciato a vivere, i negozi, i magazzini erano stati riaperti, le merci sparite erano state sostituite. Di nuovo moltissimo andò perduto. Un documento di una famiglia fiorentina, in tedesco ed italiano, sancisce la chiusura di un negozio e la requisizione dei suoi beni perché di ebrei. Riaperto, dopo la guerra il negozio, riavviato il commercio il documento era tenuto in un cassetto, l’alluvione ha lasciato le sue tracce su di lui come sulla merce distrutta rovinata, fili, magliette, pezze di stoffa piene di fango o anche solo macchiate ma con quell’odore che non andava via, che per cercare di non perdere tutto venivano vendute a due lire. Rocchetti di filo un po’ rovinati che per anni erano l’alternativa economica a quelli nuovi immacolati. Esperienza di tanti.
Al Tempio i Sefarim alluvionati furono portati a Roma e distesi sulle panche del Tempio Maggiore, a loro furono dedicate cure ed interventi di specialisti, ma molti non furono salvati e fu necessario seppellirli al cimitero ebraico.
Via via tutti i libri della preziosa biblioteca della Comunità, anche preziose cinquecentine furono distesi, sommariamente ripuliti, asciugati. I giovani, come me mettevano la carta assorbente tra una pagina e l’altra dei libri. Ricordo sempre la sensazione di quel fango unto e viscido tra le dita, il suo odore pungente. Non so cosa abbiano provato gli altri giovani, la maggior parte più grandi di me, devo riconoscere che dentro di me vivevo quello che accadeva come un evento grande tragico prima e di ricostruzione, poi, a cui partecipavo, mi sentivo parte della storia. In quegli anni si parlava del tempo come se fosse spaccato in tre momenti precisi: prima, durante e dopo la guerra e chi non era ancora nato durante la guerra si sentiva in colpa per la vita facile che conduceva, per i dolori e le difficoltà che non potevano essere paragonate, perché allora non si diceva ai giovani che ogni grande dolore è diverso dall’altro ed ha la sua dignità, non c’è una scala, che non esiste colpa per non esserci stati o per essere sopravvissuti.
Molti giovani arrivarono da paesi lontani, un po’ come i giovani che si arruolarono per liberare l’Europa dal nazifascismo, erano i loro figli e forse anche loro avevano bisogno di dimostrare qualcosa a se stessi, questo non ne sminuisce il valore.
Vennero volontari da tutto il mondo, gli angeli del fango. Eppure la prima reazione, di cui poco si parla, del mondo accademico statunitense, reazione che poco tempo fa mi è stata riferita da Loredana Rotondo, regista, già capo struttura di Rai International e Rai Educational, allora borsista Fulbrigth a New York era stata di rabbia e anche di disprezzo per una città che teneva tesori negli scantinati.
Ancora si lavora al restauro, opere sono state perse, altre potranno essere recuperate.
L’alluvione e quello che è seguito hanno mostrato come una città, una Comunità possono reagire ad un evento drammatico ad una crisi usando le proprie forze migliori per superarla e per trarne insegnamento. Firenze medaglia d’oro della Resistenza ha mostrato il suo volto migliore.

Sara Cividalli, Consigliera UCEI

(21 febbraio 2017)