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…populisti

C’è stato un tempo in cui Beppe Grillo, appena convertitosi dalle ospitate a Fantastico o San Remo e dalla pubblicità di un famoso yogourt al teatro sociale, faceva spettacoli di sapore luddista in cui spaccava i computer sul palco perché nuovi strumenti di oppressione. Poi, venne Gianroberto Casaleggio ed iniziò il periodo di Grillo futurista e futurologo, che ci insegnava i poteri taumaturgici del web. Un vago vaneggiamento sulle meraviglie delle stampanti 3D, dei pannelli solari, di case che si scambiano energia, di macchine straordinarie che lavoreranno per noi, di un’era nuova che si stava aprendo. Ora, davanti ad una delle corporazioni peggiori del pianeta, i tassisti italiani, la nuova virata ad U: tra il nuovo e il vecchio, si sta col vecchio. Porta voti. Un piccolo esempio di cosa significhi questo termine vago, ma al tempo stesso preciso, di “populismo”: non conta nulla ciò che si dice, ma perché lo si dice. Ogni cosa può cambiare a seconda degli umori del leader e delle convenienze del momento. In Italia, abbiamo avuto il massimo interprete di questa categoria, che, in venti anni di governo, ha cambiato identità 300 volte, passando dalle appassionate letture dei diari di Mussolini al fazzoletto della resistenza al collo. Pare che la recente lezione non sia servita a nulla, evidentemente il vizio è molto radicato. E va ricordato che la regola dei populisti è uguale dappertutto. Vale anche per l’altra parte dell’Oceano, dove chi prima dice di esserti amico, può immediatamente dopo assumere atteggiamento pilatesco e lavarsene beatamente le mani.

Davide Assael

(22 febbraio 2017)