moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Rav Viterbo, Maestro di vita

achilleQuarantaquattro anni. Sono più di quanto impiegarono gli Ebrei per entrare nella Terra Promessa. Sono due intere generazioni che Achille percorse nella nostra Comunità.
È arrivato giovanissimo, era un ragazzetto di 24 anni, raccomandato a mio nonno Michelangelo da una lettera del suo maestro Disegni. Allora arrivava da Torino il venerdì mattina, faceva le Tefilloth del venerdì sera e del sabato mattina, l’attività sociale nel pomeriggio e le lezioni della domenica mattina; e poi ripartiva correndo, per prendere il treno e tornare a Torino, fino al completamento degli studi per conseguire il Diploma.
Ricordo che incrociava sul selciato sotto le finestre di casa mia gridando a mia mamma “pesce, mi raccomando!” e poi, faceva i complimenti a mia sorella di cinque anni “ma che bella sottanina che hai!”.
Era il tempo in cui la Comunità aveva appena finito di leccarsi le ferite della Shoah, e si ricostruiva, ma non sapendo ancora quale sarebbe stato il futuro: il grande Aron della Sinagoga Tedesca, distrutta dal fuoco fascista, stava partendo per la Nuova Israele, con quella struggente lettera in cui il Nonno affidava quelle sante pietre al comandante della nave. Era il tempo delle Famiglie Calabresi, Corinaldi, De Benedetti, Parenzo, Colombo, Cesana, Vitali Norsa, Sharghel, Orvieto, Khan, Levi e Levi Minzi, Sacerdoti, Melli, Babad e chissà quanti altri vorrei ricordare per farli tutti presenti in questa occasione (non me ne vogliano); mentre stavano per arrivare i Segré (con i controcanti sefarditi di Pino), i Lechziel, i D’Angeli, i Permutti, i Marconi e, poi i Foà, Jona ed altri ancora.
Al Tempio, con Mair, Franchino e Sergio, facevamo le scommesse sulle offerte a sefer, nella gara che coinvolgeva Manuel, Fulvio, Raul. E c’erano le grandi Donne, la Elda, la Vittorina, la Elsa (Grassie, nella cui casa festeggiavamo Rosh haShanà Laila Not), la Bicetta (da cui si andava la sera di Kippur a vedere il tavolo), la Adele, la Signora Argìa Jona. E c’erano le Feste di Purim, con i cartelloni e la macedonia fatti da mia mamma, dove ballavano Alphanderry e Umberto Sacerdoti e dove si diceva che i genitori combinassero matrimoni…. Vorrei poter ricordare tutta la Comunità di allora e di dopo, perché Achille era divenuto in brevissimo tempo l’essenza stessa della Comunità, di allora e di dopo.
Il primo Bar Mitzvà fu quello di Arturo, ma poi seguirono tutti gli altri; quello delle ragazze Manuela e Lalla, quello mio insieme alla Lia, fino a quello di Michele (mio figlio), che si preparava con una registrazione della parashah quasi terribile: perché Achille era stonato (i ragazzi lo avevano denominato Dilettanti allo sbaraglio), eppure ha insegnato a tutti noi a cantare. Ma ricordo anche la risposta di Paolo all’esame, dopo i dovuti insegnamenti sul ruolo dello shamash: “chi aiuta il Rabbino al Tempio?” Risposta: “Ubaldo!”.
Achille aveva solo un pezzo di famiglia in Francia e nei primi anni era solo e povero: forse per questo si identificò subito e in tutto con “la Comunità”. Poi, un giorno ci disse che le lezioni della domenica e del mercoledì erano sospese per quindici giorni … “perché mi sposo”: molta Comunità andò al matrimonio e, più di recente, mi confessò che aveva ricevuto dei regali in argento che portò tutti da Callegari, per farseli convertire in soldi, di cui aveva bisogno per la nuova famiglia. E così arrivò Sara, che pure cominciò ad occuparsi della scuoletta per i più piccoli, dei sedarim e delle cene. Ed intanto sfornava figli, perché Achille sentenziava “due servono a sostituire i genitori, due per incrementare il Popolo Ebraico ed uno di riserva”.
Ma, se parliamo di matrimoni, come non ricordare quello sontuoso di Isa e Camillo, con le persone in tight e tuba e mia sorella valletta. Ne seguirono tanti altri, anche il mio, ove il contributo di Achille fu fondamentale e il suo dito grasso di “mekuddeshet” resta immortalato. E si spostava a celebrare quelli nelle città delle nuove mogli: il primo, forse, dalla Silvana a Ferrara; ma poi, via via per Giorgio, Ettore, Franco, David; fino a quello di Yael in Israele, dove fece un discorso lunghissimo per narrare il legame con la nostra famiglia: “mentre parlo, tu devi stare accoccolato ai miei piedi e tenere il microfono teso davanti alla mia bocca”; in un caldo micidiale io sudavo e avevo i crampi, ma lui continuava e, quando finì, disse “adesso ve lo rileggo tradotto in ebraico!” e così fu.
Era presto stato nominato, oltre che rabbino capo, anche segretario della Comunità, per far risparmiare a questa e per incrementare i suoi pochi proventi. E lì si sviluppò la sua amicizia con Egidio, con Enza e con Alice. Era un ottimo segretario, ma debole in matematica: ricordo che il periodo in cui doveva calcolare le tasse era un vero dramma prolungato nel tempo; ma fu lui ad insegnarmi i principi del bilancio pubblicistico. Si, perché appena sposato mi chiamò e mi disse “Adesso devi candidarti al Consiglio” … “Ma ho solo 29 anni e devo lavorare!” … “No, è tuo dovere e tocca a te “; entrai con Vittorio Sacerdoti, presidente dopo Emanuele Parenzo che aveva dato il cambio a mio padre Leo; con me c’era Lello Vitali Norsa con il quale sviluppai una incredibile amicizia ed esperienza professionale; poi vennero Giuseppe Yais, Ettore, Mario Jona, Gianni, Dario Foà; infine Gina e Sara… Sono passati 39 anni e sono ancora lì.
La Comunità, anche grazie ad Achille, diede un importante contributo allo Stato di Israele: la prima aliyah della mia generazione fu di Gabriella Schon, ma poi seguirono Manuela, Lia, Sara Babad, Laura, fino ad Alessandro, Ariel, Berta Lea, Sarah Parenzo e Milka Foà. Senza contare i tantissimi studenti, per lo più di medicina (anche 150 all’anno), che allora “passavano” per la Comunità e talora si fermarono a Padova. Ricordo ancora che, dopo la Guerra dei Sei Giorni, Achille organizzò con l’aiuto del prof Baldo Viterbo, una raccolta di sangue che fu inviata rocambolescamente, malgrado il divieto del Governo Fanfani.
Ovviamente non tutto fu sempre bello e gioioso. Oltre le guerre del ‘56, ’65, ’73 e ‘82, ci fu la bomba carta e la faccenda di Freda; e Ludwick con Achille segnalato come obiettivo sensibile; e le baruffe interne, e i tanti piccoli grandi problemi che si svolgevano nella Comunità, allora come oggi. Ma mai venivano da Achille dimenticati gli ammalati, che andava a trovare settimanalmente, i vecchi, che seguiva personalmente, chiunque avesse bisogno di conforto, aiuto, presenza ed affetto. Ecco, Rav Viterbo non era magari solo un Sapiente, era un uomo pieno di umanità: “io sono un parroco di campagna” diceva spesso, ed era vero: lui sapeva veramente tutto, ma proprio tutto di tutti; ed era conosciuto, amato e rispettato nelle strade del Ghetto, intorno a casa sua in via Beato Pellegrino e nell’intera città.
Con lui cominciò ad operare la sig.na Salzano come Gruppo Diocesano di studio sull’Ebraismo, e nel ’96 ci fu la visita del Vescovo Mattiazzo in Sinagoga: mamma mia come era agitato! E quanto mi fece lavorare come maestro di cerimonia!
Quando decise di sfruttare la pensione che, insieme a lui gli avevo costruito, lo pregai in ginocchio di restare almeno come rabbino, se non voleva più fare il segretario: ma non lo convinsi “Ho finito il mio lavoro qui”. Prima lasciò l’ufficio, poi mi spedì a Roma a contattare il nuovo rabbino. “Ma perché io, non sono mica il Presidente, e poi cosa gli dico, come posso valutare un rabbino?”. “Vai tu, perché sei tu che dovrai convivere con lui e portare avanti la Comunità”. E così fu.
Lo rivedemmo a Trieste, quando fummo in tanti a portare l’ultimo saluto a Sara; e qualche volta ripassò per Padova, quasi di nascosto. Ma ogni tanto ci telefonava, per avere e dare notizie.
Ora siamo qui per riverire con tutto il nostro cuore non solo il rabbino, ma l’amico di un mezzo secolo di vita. E, come ho tentato di fare, voglio rendere presenti anche ogni membro della Comunità, quelli che ho citato ed anche tutti, proprio tutti, gli altri, con il massimo della partecipazione e dell’affetto; e non con tristezza, ma con un sorriso sulle labbra, perché Achille sarà sempre il nostro Amico, il nostro caro Rabbino.
Da questa sera, per una settimana, il Bet Ha Kenesseth resterà aperto e ci troveremo a recitare il Kaddish, per il nostro parente e Maestro.
Che il Suo ricordo sia di benedizione

Davide Romanin Jacur, Presidente della Comunità ebraica di Padova

(6 marzo 2017)

Passeggiando con il Rav

Rav Viterbo a Tu Bishvat (1)Nel trattato di Avot, Rabbi Yehoshua ben Perahia (presidente del Sinedrio di Gerusalemme nella fine del secondo secolo a.C.) suggerisce: עשה לך רב וקנה לך חבר ovvero scegliti un rabbino ed acquista un amico. Da questo invito emerge una domanda: Come è possibile che la Mishna suggerisca di nominarsi un proprio rabbino se ogni comunità ha il proprio?
Il rabbino Italiano Obadiah di Bertinoro, per spiegare il significato di questo suggerimento, cita il Rambam spiegando che se una persona non è in grado di essere un maestro, bisogna concedergli la possibilità di insegnare per non studiare in solitudine. Aggiunge inoltre, che un proprio rabbino impedisce all’allievo di confondersi fra troppi insegnamenti. La stessa spiegazione viene affermata anche nella Mishna stessa, sempre nel trattato di Avot e nello stesso capitolo, da Rabban Gamliel di Yavne. Rabban Gamliel spiega che la ragione per cui Rabbi Joshua ben Perahiah ci suggerisce di nominarci un proprio rabbino è per allontanare il dubbio. A mio avviso, oltre ad allontanare il dubbio, nel caso in cui un rabbino è in grado di essere anche un maestro, il suggerimento viene a descriverci quello che è un grande rabbino. Secondo la mia interpretazione, un grande rabbino non necessariamente lo è perché guida una grande comunità così come non basta che segua strettamente i compiti del suo incarico. Un grande rabbino è tale perché vi sono persone (allievi e non solo) che lo riconoscono come il loro proprio rabbino e vedono in lui un modello da seguire ed un punto di riferimento.   
Rav Achille Viterbo Z’L è stato il rabbino della comunità ebraica di Padova per oltre 44 anni. Anche dopo questo incarico ha continuato ad essere punto di riferimento e il maestro di varie persone da Padova, a Trieste e infine a Gerusalemme. Negli ultimi anni, quando venne a vivere a Gerusalemme, ho avuto il piacere di avere con lui alcune conversazioni molto interessanti. È diventata quasi una nostra tradizione: nei sabati in cui veniva al Tempio italiano, al ritorno, facevamo un pezzo di strada insieme e parlavamo. Era un caro amico di mio nonno, Vittorio Sacerdoti Z’L ed entrambi hanno contribuito alla vita ebraica padovana: Viterbo come rabbino della Comunità e mio Kaufmann Manuscript, tractate Avot 1,6.7nonno come presidente. Per questo, nella maggior parte delle nostre passeggiate mi raccontava qualche storia su mio nonno o qualche faccenda legata alla mia famiglia che non conoscevo. A volte invece le nostre chiacchierate si allungavano su tematiche non di carattere personale. Una volta, per esempio, mi raccontò della discussione che ci fu fra alcuni rabbini sull’argomento della separazione fra latte e carne sintetica prodotta in laboratorio. Era sempre aggiornato sulle questioni più moderni ed attuali. Inoltre, era molto legato alla sua famiglia e dava con orgoglio notizie dei suoi nipoti. Non ho studiato dal rav come un allievo studia dal rabbino in una Yeshiva o in un Bet Midrash, ma, pur essendo corte, ognuna di quelle passeggiate erano per me un’occasione di un lungo studio.
Rav Viterbo ha seguito la mia famiglia in momenti principali come il Bar e Bat Mitzva, i matrimoni, ed anche il mio Brit Milà. In questo senso potrei dire che la mia famiglia ha seguito anche il secondo suggerimento di Rabbi Yehoshua ben Perahia ovvero quello di acquisire un amico.
Oggi che Rav Viterbo Z’L non è più con noi, non posso che riflettere su come si possa seguire il suggerimento della Mishnah quando il proprio rabbino viene a mancare. Cercando nel Talmud babilonese penso di aver trovato una risposta. Nel trattato di Bava Batra, l’amora Rabba, chiede ai sui allievi di non strappare i suoi verdetti dopo la sua morte ma anche di non seguirli in modo assoluto in caso che avessero un dubbio. Rabba gli chiede di consultarsi con altri rabbini sul significato dei suo verdetti e di continuare con lo studio.  Non sono un rabbino e non sono sicuro di aver dato una risposta giusta a questa domanda in modo generico ma sono sicuro che nel caso di Rav Viterbo Z’L, questo è quello che avrebbe voluto. È per questo motivo che noi a Gerusalemme ricorderemo Rav Viterbo Z’L in un limmud, uno studio in suo onore. Per seguire ciò che ci suggeriscono la Mishnah ed il Talmud, per rispettare il suo insegnamento e per ricordare un Grande Rabbino ed un Grande Maestro.  

Michael Sierra