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L’incipiente crisi di governo in Israele verte su uno dei valori fondamentali di una democrazia: la libertà di stampa. Israele come molti altri paesi ha un’Autorità pubblica per le trasmissioni televisive e radiofoniche (la Reshut Hashidur – in inglese IBA). La IBA controlla il primo canale televisivo e la radio pubblica ed è governata da un gruppo dirigente indipendente anche se inevitabilmente influenzato dal volere della politica governativa. Esiste anche una Seconda Autorità che controlla gli altri canali televisivi – solitamente molto più popolari – anch’essa nominata con procedure miste fra il privato e il pubblico. A parte le differenze di qualità fra i vari canali, una cosa che va molto elogiata nella comunicazione israeliana esistente, elettronica come cartacea, nel suo complesso è la grande libertà di espressione e di critica, anche sul piano della satira graffiante. Gli schermi israeliani non conoscono, per esempio la fastidiosa processione di uomini politici di tutte le correnti che al telegiornale ogni sera leggono fingendo ognuno di dire una frase che si sono preparati in anticipo e che dovrebbe essere intelligente, incisiva e attraente per il pubblico. Fin qui tutto bene. Senonché, un giorno il Primo Ministro israeliano, aiutato dai suoi, decide di far passare una legge che chiude la IBA (come dire chiudere la RAI), e crea un’Autorità per le trasmissioni alternativa (ossia un’altra RAI). Spiegazione ufficiale: non gli piace la qualità delle trasmissioni e la politicizzazione presumibilmente troppo di sinistra dell’IBA. Spiegazione vera: la IBA si muove non come un portavoce del governo bensì come un organismo indipendente. La legge relativa viene approvata e mentre 1000 famiglie di lavoratori della IBA rischiano di finire sul lastrico, la nuova Autorità si accinge ad iniziare le trasmissioni il 1° aprile. Senonché un bel giorno il Primo Ministro, aiutato dai suoi (che non sono più quelli di prima ma altri), decide che i giornalisti assunti dalla nuova Autorità sono anch’essi pericolosamente bolscevichi, e si mette in testa di chiudere la nuova Autorità, peraltro non ancora ufficialmente aperta anche se già attivata a livello sperimentale. Il Primo Ministro vuole ora tornare a far funzionare la IBA ma solo dopo averla decimata con centinaia di licenziamenti e riforme nei contenuti. Qui si accende un bisticcio fra il Primo Ministro e il Ministro del Tesoro Moshe Kahlon che è invece favorevole all’attivazione della nuova Autorità. Alla domanda come mai all’ultimo momento Netanyahu si sia schierato contro una legge che lui stesso aveva fatto approvare, la sua risposta è: “Mi è saltato il gene sefardita (!), e ho cambiato idea”. Kahlon insiste che non cederà, Bibi allora minaccia di licenziare il governo e di tornare alle urne dopo soli due anni dalle elezioni anticipate del 2015 che a loro volta avevano seguito di soli due anni le altre elezioni anticipate del 2013. E la causa era stata, allora, il tentativo dell’opposizione di far passare una legge intesa a limitare lo spazio del quotidiano “Israel Hayom” – il foglio di supporto al Primo Ministro distribuito gratuitamente e finanziato dal miliardario dei casinó Sheldon Adelson. Oggi sembra invece che fra le cause scatenanti di possibili nuove elezioni vi sia la nomina della giornalista televisiva Gheula Even-Saar a lettrice principale del telegiornale della nuova Autorità. Geula Even, personalità televisiva popolare e con molta esperienza, ha sposato in seconde nozze l’ex-ministro Gideon Saar che dopo esserne stato il delfino è oggi uno dei maggiori rivali di Bibi, e che vivacchia attualmente nell’ombra in attesa di fare il suo rientro trionfale in politica magari a spese del suo ex-capo. Per risolvere la presente impasse, il Primo Ministro propone allora una nuova legge: sarà il Ministro per le Comunicazioni a nominare un Consiglio superiore di controllo che sarà preposto a tutte le stazioni televisive e radiofoniche pubbliche e private oltre che alle emittenti via internet. Una riforma di questo tipo, se passasse, metterebbe Israele alla pari con la migliore tradizione dei regimi totalitari, mediante l’asservimento di tutta la stampa al ministro competente. Quel ministro che fino a poche settimane fa era impersonato dallo stesso Netanyahu, il quale, oltre ad essere anche Ministro degli Esteri, è ora invischiato in un’indagine della polizia volta a spiegare i suoi strani patteggiamenti col proprietario del quotidiano Yediot Ahronot. Bibi non esita a disfare governi e parlamenti e a gettare il paese nel caos pur di difendere suoi interessi specifici legati al mondo dell’informazione. Ossia: un giornalismo servile e assuefatto, la democrazia israeliana a rotoli, e soprattutto mai la moglie del suo pericoloso avversario politico esibita a leggere il notiziario. Gli sviluppi degli ultimi giorni sono inquietanti per il paese, e inducono a pensare che vi sia qualcosa di profondamente insano nella mente del Leader e nella cerchia di parenti e accoliti con cui si consiglia.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(23 marzo 2017)