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Analisi scorretta
Un futuro per l’Europa

anselmo calòIl 25 marzo l’Europa ha festeggiato il suo sessantesimo anniversario. Come ogni organismo l’Europa del 1957 è cresciuta in questo lasso di tempo che ci separa dalla sua nascita: da mercato comune europeo si è passati alla comunità economica, poi all’Unione Europea e infine alla moneta unica.
Mario Draghi alla guida della Banca Comunitaria ha reso la BCE un vero guardiano dell’Euro; ha creato le condizioni per un sistema bancario unitario, e non ha solo protetto la moneta, ma anche l’economia dei Paesi aderenti, perché ha aiutato i governi a non finire stritolati dalla penuria di risorse, mantenendo i tassi dei buoni del tesoro bassi quanto necessario a non gonfiare i deficit degli Stati, soprattutto il nostro, ma anche quello degli altri Paesi del mediterraneo comunitario.
Come avevano però predetto gli economisti più accorti, senza l’unione fiscale, l’unione economica è zoppa. L’unione fiscale in Paesi con economie tanto diverse non è certo cosa semplice: l’economia degli Stati balcanici non è paragonabile a quella dei Paesi nordici, in mezzo ci sono quelli mediterranei.
Questo ha portato a ipotizzare una Unione a diverse velocità. L’espressione che consente questa opportunità nella Dichiarazione di Roma è piuttosto labile, ma non priva di efficacia: “[…] agiremo congiuntamente a ritmi e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione”.
L’integrazione fiscale non è espressamente citata, la dichiarazione impegna al “completamento dell’unione economica e monetaria” e forse non basta, ma il percorso è tracciato e speriamo che i governi abbiano la consapevolezza necessaria per comprendere che l’Unione Europea può vivere solo se continua nel suo processo di integrazione economica, politica e culturale, mettendo al centro dell’azione delle istituzioni, i bisogni e i diritti dei cittadini, prima degli egoismi e delle tattiche nazionali.
Già il prossimo 7 maggio l’Europa della Dichiarazione di Roma dovrà sottoporsi ad un esame che potrebbe dimostrarsi esiziale. In quel giorno si terrà il ballottaggio tra i candidati alla presidenza francese che avranno ottenuto il maggior numero di voti alla consultazione del 23 aprile, se la candidata del Front Nationale otterrà la vittoria, probabilmente anche la Francia inizierà il suo percorso di uscita dalla Unione. E senza la Francia sarà inutile continuare a parlare di Europa.
Alle ultime elezioni politiche in Olanda Geert Wilders, con un programma analogo a quello della Le Pen, non ha avuto successo, e questo è già un buon viatico per il futuro. Ma la Francia è il Paese dove nel 2005 il Referendum sulla Costituzione Europea, voluto da Jacques Chirac, bocciò l’avanzamento dell’Unione; anche nei Paesi Bassi la Costituzione Europea fu bocciata, ma ciò non ha impedito oggi agli elettori olandesi di valutare l’effettiva posta in gioco. Auguriamoci che sia così anche per gli elettori francesi. Il carattere nazionale dei francesi però è sempre forte, e ora il disincanto per l’Europa è anche maggiore.
Il candidato più forte che gli europeisti possono opporre al Front Nationale è Emmanuel Macron, già ministro dell’economia di Hollande, che ha rotto con il partito socialista per presentarsi indipendente alle elezioni presidenziali. Secondo le previsioni, in caso di ballottaggio, Macron supererebbe di 20 punti Marine Le Pen. Ma dopo la Brexit e la vittoria di Trump chi potrebbe più fare affidamento sui sondaggi?

Anselmo Calò

(4 aprile 2017)