Diario di un soldato Odio e bugie
Quando il manifesto in memoria di Ariel Sharon venne brutalmente strappato dalle mura del Ghetto di Roma, i delinquenti di turno si giustificarono dicendo che il defunto in questione rappresentava il peggior volto di Israele e, pertanto, non meritava un riconoscimento simile tra le vie della Capitale. Il prestigioso titolo di eroe di guerra comportò la squalifica immediata del valoroso Primo ministro e il messaggio arrivò forte e chiaro alle comunità ebraiche d’Italia: “niente più omaggi per il leader sanguinario, niente più manifesti per chi incita la guerra”. L’atto di antisemitismo, travestito ad arte da eroico pacifismo, venne presto liquidato e della triste faccenda non se n’è parlò più.
Alla vigilia del sessantanovesimo compleanno dello Stato di Israele, ecco che in Italia l’odio colpisce ancora. Questa volta, tuttavia, il colore politico non c’entra più. Questa volta l’eroe di guerra è al contempo un premio Nobel per la pace, nonché il massimo esponente della sinistra israeliana. Questa volta non esistono più scuse dietro le quali nascondersi.
La targa commemorativa con sopra inciso il nome di Yitzhak Rabin, ora giace a pezzi sul prato dei giardini circostanti a Piazza Tripoli, a Milano. I benpensanti proveranno a definirlo uno spiacevole incidente, un violento colpo di vento, un grandissimo malinteso, un semplice inconveniente, un increscioso atto di vandalismo, ma la lunga storia del popolo ebraico ci insegna che le cose vanno chiamate per nome e che le bugie hanno le gambe troppo corte per questa maratona millenaria. Insegnatelo dunque ai vostri figli, aggiungete un nuovo termine al loro vocabolario, spronateli ad utilizzarlo senza timore e senza imbarazzo: questo fenomeno si chiama antisemitismo.
David Zebuloni
(5 maggio 2017)