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precetti…

Un’ampia parte della Parashà di Shelach contiene il racconto della funesta missione degli esploratori, inviati a perlustrare la terra destinata dal Signore al popolo d’Israele e il cui sconfortante resoconto, con le eccezioni di Yeoshua e Calev, aveva suscitato ribellioni e discordie, fino a determinare la condanna pronunciata dall’Eterno contro quella generazione a perire nel deserto. Successivamente la Torah riporta alcune Mizvot, tra cui quella del prelievo della challà, una porzione dell’impasto formato con l’amalgama della farina con l’acqua per la preparazione del pane, destinato ad essere offerto al sacerdote: “Dalla prima parte del vostro impasto preleverete una parte (detta) challà come terumà (prelievo prescritto)” (Numeri 15,20). Il commento “Shem Mishemuel” (Rabbi Shemuel Bornsztain) si chiede quale possa essere il motivo per cui il precetto della challà si trovi collocato nel testo vicino all’episodio degli esploratori. Lo spiega con una suggestiva interpretazione. Tutte le altre offerte sacre – terumà – di prodotti della terra sono legate ad un fatto nuovo che li caratterizza, cioè la crescita del vegetale, in questo caso l’impasto di farina non ha evidentemente queste caratteristiche, cosa c’è dunque di nuovo che comporta questa offerta sacra? Il fatto nuovo è proprio il fondersi di tante parti diverse di farina in un unico amalgama, destinato a formare il pane, il cibo essenziale. L’offerta al sacerdote di questo impasto ha dunque il significato simbolico di voler porre rimedio alla grave disgregazione nel popolo d’Israele suscitata dai dieci esploratori e ricomporre l’unità, quale elemento indispensabile alla vita del popolo.
Forse è anche con questo intento che le donne d’Israele hanno preso a cuore di conservare il precetto della challà?

Giuseppe Momigliano, rabbino

(14 giugno 2017)