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Popolo, terra, tradizioni

Anna SegreBenché alcuni elementi della loro cultura siano universalmente noti, sono in realtà una piccola minoranza di cui si sa poco; e anche quei pochi elementi noti estrapolati dal proprio contesto perdono il proprio senso e vengono facilmente fraintesi. Non per niente a chi vuole leggere le loro vicende servono note a piè pagina e un glossario a fine libro, anche perché molti termini sono lasciati in lingua originale. In qualche caso si capisce subito dalla nota che la traduzione sarebbe impossibile, altre volte sul momento lo scrupolo filologico appare superfluo: perché, per esempio, non usare semplicemente “preghiera” o “casa di riunione”? Ci vuole un po’ a capire che i concetti hanno una propria peculiarità che nella traduzione andrebbe perduta. Eppure, nonostante questo bisogno continuo di spiegazioni, appaiono tutt’altro che esotici: nel romanzo si parla di giochi di bambini, di cinema, di nonni e bisnonni che hanno partecipato alla prima e alla seconda guerra mondiale (a questo proposito – anche se il libro non ne parla – non si può fare a meno di menzionare il loro contributo alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, che non è conosciuto e ricordato come meriterebbe), di scuola e università. Università che peraltro alcuni personaggi del libro decideranno di lasciare per tornare alle proprie origini e a coltivare la propria terra, scelta che pare essere il solo mezzo di riscatto per una minoranza oppressa e discriminata, l’unica strada possibile per far fronte alla dispersione e all’assimilazione. Ma dovranno affrontare difficoltà e dure lotte.
Tutto questo suona familiare? Ricorda qualcosa? In realtà sto parlando di un popolo lontanissimo da noi, quasi agli antipodi, i Maori, di cui tratta il romanzo che sto leggendo (Potiki di Patricia Grace). E in effetti non credo che potrei spingere oltre queste poche righe i parallelismi, che già così sono – lo ammetto – un po’ forzati: quando si parla di ritorno alla terra qui si intende semplicemente tornare a coltivare la proprietà di famiglia e quando parlo di elementi della cultura universalmente noti mi riferisco quasi esclusivamente alla danza rituale che apre le partite di rugby della nazionale neozelandese (ma non credo di esagerare dicendo che sono universalmente noti se ne sono al corrente io che di rugby non so assolutamente nulla). Quello che mi ha fatto pensare, al di là dei fatti specifici, è lo spirito con cui ho preso in mano il libro: leggere di qualcuno di cui si sa poco e si sa che quel poco è fatto di dati superficiali e pregiudizi, avvicinarsi con curiosità a una cultura che non si conosce e scoprire personaggi con storie che suonano familiari.
Forse non è poi molto diverso da ciò che prova chi si accosta per la prima volta agli ebrei e all’ebraismo.

Anna Segre

(28 luglio 2017)