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Ferrara – Dai Paesi arabi a Israele,
identità ebraica in trasformazione

La Giornata Europea della Cultura Ebraica si è aperta, a Ferrara, con l’incontro promosso stamani dalla Comunità ebraica cittadina sul tema “Diaspora: identità e dialogo”, tenutosi in una sala gremita di Palazzo Roverella.
Nei suoi saluti, il sindaco Tiziano Tagliani ha sottolineato come la partecipazione di Ferrara alla Giornata aiuti a tenere aperto il dialogo tra la città, la Comunità ebraica e un’importante istituzione come il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, e come questo dato non sia più una novità, “ma una costante delle relazioni costruttive che si sono instaurate”.
Protagonisti dell’incontro, lo storico Georges Bensoussan, rav Luciano Caro, rabbino capo di Ferrara, la direttrice del MEIS Simonetta Della Seta e il presidente della Comunità ebraica Andrea Pesaro. Primo a intervenire, rav Caro che ha messo a fuoco le “principali concezioni della diaspora nel pensiero ebraico”. Per la Bibbia, ha spiegato il rav, dover abbandonare la propria terra ed essere costretti a disperdersi tra le altre realtà è tra le condizioni più gravi che possono colpire l’uomo. Il testo sacro (nel Levitico, ad esempio) attribuisce questo fatto alle colpe commesse da un popolo contro la giustizia e la morale: la terra non sopporta gli atti di ingiustizia e di violenza da parte di chi la abita e rigetta chi se ne macchia, costringendolo ad abbandonare la propria casa, le proprie tradizioni, i propri campi.
“Ma c’è anche chi ritiene – ha proseguito il rabbino – che l’inserimento di comunità ebraiche tra altri popoli possa presentare aspetti provvidenziali, producendo esperienze nuove e arricchimento spirituale sia per gli ebrei che per le genti in mezzo alle quali sono dispersi, consentendo di approfondire l’ideale monoteistico con i suoi principi di verità, una dottrina ispirata alla morale che ha influenzato positivamente il cammino dell’uomo verso la civiltà”.
Dunque, la dispersione è la massima pena per i peccati – veri o presunti – di un popolo o è un fenomeno positivo, perché permette a Israele di esercitare una funzione di guida spirituale? Non deve, forse, l’uomo necessariamente provvedere al proprio esilio dal luogo in cui è nato ed esiliare, al contempo, la propria parte negativa, per determinare un avanzamento morale?
Con questa riflessione, rav Caro ha passato la parola a Pesaro, presidente della Comunità ebraica di Ferrara, che si è soffermato sulla diaspora nel capoluogo estense, passando in rassegna la vicenda della presenza ebraica dai primi insediamenti ai flussi che, nei secoli, ingrandirono la Comunità ebraica, fino a quelli che ne hanno, invece, impoverito la consistenza.
È poi arrivata, molta attesa, la relazione dello storico Bensoussan, responsabile editoriale del Mémorial della Shoah di Parigi. Bensoussan ha indagato aspetti e caratteristiche di un’emigrazione silenziosa, ovvero quella che ha determinato, nel mondo arabo, la decimazione degli ebrei, passati da 900mila unità, nel 1945, alle circa 4mila attuali, ripartite essenzialmente tra Marocco e Tunisia. Le grandi comunità che esistevano in Algeria e in Iraq – le più numerose dopo quella marocchina – sono scomparse completamente, eppure la fine di questa civiltà, durata due millenni e anteriore all’avvento dell’Islam e alla conquista araba, pare essersi dissolta senza lasciare alcuna traccia nella nostra memoria collettiva. L’esodo di massa di questa società, spogliata della sua storia e dei suoi beni, non solo è stato ignorato dal grande pubblico, ma nel migliore dei casi suscita al massimo una formale indifferenza e non se ne parla nemmeno nei testi scolatici. Un occultamento, insomma, anzi un vero e proprio enigma – ha osservato lo storico –, cui sono stati dedicati pochissimi studi e su cui hanno semmai proliferato miti e costruzioni intellettuali, come quello della presunta armonia tra arabi ed ebrei fino alla creazione dello Stato di Israele. Che invece – la puntualizzazione di Bensoussan – ha accelerato, non causato, una partenza iniziata già dagli anni Venti e legata al percorso di graduale emancipazione degli ebrei dagli arabi-musulmani. Un affrancamento che questi ultimi considerarono non sopportabile e che, tra la fine del diciannovesimo secolo e la prima guerra mondiale, spezzò gli equilibri esistenti, costringendo gli ebrei ad andarsene. “Venne meno l’economia psichica fra dominante e dominato. E il dominato diventò pazzo di violenza, anche perché la cultura arabo-musulmana, mai toccata dall’Illuminismo, non era abituata a tener conto dell’alterità. Gli ebrei erano sempre stati considerati dei dhimmi, cioè soggetti protetti nel senso di tollerati, inferiori, vittime dell’antigiudaismo dottrinale di alcuni passaggi del Corano, che potevano praticare la propria religione solo a certe condizioni, pagando tasse, sottoponendosi a vincoli, e la cui parola non aveva valore dal punto di vista giuridico. Nel mondo arabo, l’ebreo era colonizzato dall’interno, dominato, e la sua storia scritta da altri. Fino alle punte più estreme, con l’avvento di un nazionalismo arabo sempre più etnicizzato e “nazificato” (anche nella fraseologia), che definiva la nazione non su base culturale, ma sul sangue, esaltando la violenza, la giudeofobia, la guerra come valori identitari.
Spetta, quindi, allo storico – ha chiarito Bensoussan – ricostruire il ruolo di queste società ebraiche, far capire come e perché furono spinte ad andarsene e come questa diaspora – poi giustificata col pretesto del conflitto tra Israele e i suoi vicini arabi – fosse in realtà già programmata da lungo tempo. Quando nei Paesi arabo-musulmani l’ebreo tradizionale, da sempre prostrato e umiliato, ha incominciato ad acquisire un principio di autonomia, questo timido processo di liberazione si è scontrato frontalmente con un mondo in cui doveva rimanere un individuo di serie B ed è scaturito nella scomparsa di questa civiltà nell’arco di appena una generazione (1945-1970).
A chiudere il convegno, il contributo della direttrice del MEIS Simonetta Della Seta, su “Israele e gli ebrei della diaspora”. Basandosi sulla propria esperienza di vita e di lavoro in Israele, durata oltre trenta anni, Della Seta ha osservato come gli israeliani abbiano un rapporto articolato e contraddittorio con gli ebrei che vivono nella diaspora: “Da un lato, sono consapevoli del forte legame che li unisce, attraverso valori, tradizioni, riti, storia e identità ebraica comuni. Dall’altro lato, sentono sempre più ampie le differenze: gli ebrei della diaspora non parlano ebraico o comunque non lo usano correntemente; non hanno avuto l’esperienza dell’esercito, così centrale nella vita israeliana; non conoscono a fondo la narrativa israeliana, i suoi miti e i suoi punti deboli, i suoi protagonisti, le sue abitudini e le sue canzoni, i suoi scrittori e i suoi artisti, i suoi codici sociali e lessicali, i suoi eroi e perfino i suoi criminali”.
Israele è grato alla diaspora per gli aiuti ricevuti – dal sostegno economico, come quello statunitense, a quello politico di alcuni Paesi americani ed europei – e riconosce le sue radici europee. Tuttavia non ama le ingerenze e non accetta che gli ebrei non israeliani mettano bocca negli affari dello Stato ebraico. “Se si domanda loro – ha osservato Della Seta – a quale identità appartengano, sempre più israeliani distinguono tra yhiadut (ebraismo, essere ebrei) e israeliut (essere israeliani), riconoscendosi innanzitutto nella seconda identità. Per creare dei ponti tra le due realtà, sono recentemente nate diverse iniziative come quella di “Birthright Israel”, che offre a giovani ebrei della diaspora un viaggio gratuito e guidato in Israele. A volte rimangono, altre volte ripartono, ma imparano a conoscere meglio la israeliut”.
La Giornata è proseguita con la visita guidata, promossa dalla Comunità ebraica di Ferrara, della Sinagoga di Via Mazzini 95 e delle vie dell’antico ghetto.

Daniela Modonesi