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…intellettuali

Sembra si stia diffondendo una sindrome fra gli opinion makers per la quale non si sopporta che degli intellettuali possano proporre per il problema israeliano soluzioni ideali, magari anche utopistiche. Magari utopistiche dalla prospettiva pessimistica dell’oggi. Ma che cosa dovrebbero fare gli intellettuali, gli scrittori, coloro che per vizio o per mestiere usano e mettono a frutto il pensiero, se non stimolare la società a pensare soluzioni di vita anziché soluzioni di morte; se non proporre visioni ardite di luce e soluzioni impossibili anziché le soluzioni possibili di un oggi deprimente e a cul-de-sac?
Vivremmo certo in un mondo migliore se riuscissimo a lasciare che ciascuno, nel suo ambito e per le sue capacità, faccia il suo lavoro, che ciascuno sviluppi la sua natura e i suoi sentimenti. Se riuscissimo a evitare ostracismi e censure – che non fanno onore né all’intelligenza né alla nostra cultura – ai danni di coloro che esprimono idee diverse dalle nostre.
Anche perché uno dei compiti dell’intellettuale è quello di ricordare che fra la ragione e il torto ci sono altre verità possibili. E che i grandi problemi la storia li ha spesso risolti grazie a scoperte inattese, a soluzioni impreviste, che le strategie della politica non avevano avuto il coraggio di concepire, frenate dalla pressione dell’oggi e miopi di fronte alla visione del futuro.

Dario Calimani, Università Ca’ Foscari Venezia