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L’incontro tra Yaaqòv, anziano e malconcio, e il Faraone è descritto nella Torah (Bereshìt, 47; 7-10) in modo assai curioso. Ci aspetteremmo un confronto politico o di differenti visioni del mondo. Niente di tutto ciò. Il loro dialogo si riduce ad una domanda del Faraone (quanti anni hai?) e alla risposta di Yaaqòv : “…centotrenta, pochi e cattivi rispetto a quelli dei miei padri…”. Yaaqòv benedice il Faraone augurandogli che il Nilo irrighi l’Egitto. Fine e tanti saluti. Evidentemente dietro a questo ermetismo di parole ci sono messaggi profondi. Alcuni esegeti, tra cui il Baal Ha Turìm, indicano nell’eccezionalità della mancanza della lettera “yòd” della parola “vayamideu”, “e lo fece stare in piedi” (e Yoseph fece stare in piedi Yaaqov davanti al Faraone), la chiave per decodificare questo confronto tra i due personaggi, leader entrambi di due grandi culture. Al Faraone, la cui autoreferenzialità è fondata sul Nilo, unica risorsa economica che alimenta il suo narcisismo, Yaaqòv augura che questo sistema funzioni altrimenti il suo potere si dissolve come una bolla di sapone. Viceversa Yaaqòv, malandato e esiliato, dimostra al Faraone che si può restare in piedi in esilio solo poggiandosi sui propri figli che a loro volta si poggiano sui loro genitori. Il Talmùd ci ricorda infatti che anche coloro che trasportano l’Arca sono, in verità, trasportati da questa. Spesso non siamo noi a sostenere i progetti ma sono questi ultimi che ci sostengono e giustificano la nostra esistenza.

Roberto Della Rocca, rabbino