Diversità
C’è la storiella di quei genitori, Jankele e Reisele, che piangono calde lacrime e si disperano perché la figlia sta per contrarre un matrimonio misto, e certo, ognuno sognerebbe i propri pargoli felicemente raccolti sotto la Chuppah…e poi si scopre che in realtà questi poveri genitori stanno per avere suoceri sefarditi!
O viceversa, non conta, perché dietro l’umorismo c’è una realtà culinaria diversa, riti differenti, tradizioni, dialetti e lingue assai vari – ma poi dentro l’ebraismo askenazita ci sono quello tedesco e polacco, come dentro quello sefardita l’ebraismo siriano, yemenita, iracheno, eccetera eccetera, e poi ogni comunità ha alcune tradizioni specifiche di un proprio minhag diverso dalle altre, come nell’ebraismo italiano il minhag fiorentino non è come quello senese che a sua volta pur essendo oggi sefardita è di origine italiana e ne conserva alcuni tratti…
Così come dietro questa diversità c’è stata spesso reale incomprensione e diffidenza, e ogni tanto difficoltà di relazioni riemergono a proposito delle personalità ritratte sulle banconote israeliane piuttosto che rappresentate nelle antologie letterarie, a ricordare una trentennale egemonia nel paese dell’elite sionista askenazita sui nuovi immigrati provenienti dai paesi musulmani come Iraq, Yemen, Marocco, e tanti altri – sefarditi nei confronti dei quali i sefarditi di antica origine spagnola hanno ritenuto preferibile iniziare a definirsi come ‘sefarditi puri’, tanto per non essere confusi.
Di tutto questo ci siamo trovati a parlare lo scorso Shabbat, in un sonnacchioso pomeriggio, assenti i piccoli di casa e con un’amica giunta ospite come una graditissima sorpresa. Stavamo leggendo la parashat haShavua in un Chumash (anzi, in uno dei purtroppo soli due volumi sui cinque della Torah usciti per Mamash) con una chiara impronta chassidica.
Il tema dell’attesa messianica è qui molto presente, ma come poteva essere diversamente, in un mondo dove l’antisemitismo permeava ogni ambito della società circostante, che parlava persino un’altra lingua e con cui non c’erano contatti, tanto che l’ebraismo viveva ripiegato su se stesso chiuso negli shtetl, in ambienti tanto religiosi quanto poveri, dove il ballo e il misticismo erano la risposta più consolatoria e dolce possibile rispetto alla durezza del mondo?
Così siamo stati, due contro uno, a discutere della questione per cui alcune regole del mondo askenazita sarebbero più rigorose di quelle sefardite, ma forse non è tanto difficile far passare cinque o sei ore tra il pasto di carne e quello di latte come nella gran parte delle comunità askenazite, invece delle tre, quattro ore applicate dalla maggior parte delle keillot sefardite, quando la carne in tavola non arrivava così spesso?
Sarebbe bello se quel mondo, spazzato completamente via dalla Shoah, potesse spiegare da solo le ragioni dei propri usi. Forse ne riparleremo tutti insieme in epoca messianica.
Sara Valentina Di Palma