…equilibrio

“E non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto” (Esodo 23:9). Per tre volte la Torah insiste sulla parola ‘straniero’, che è anche l’estraneo di passaggio, ed è anche il proselita, colui che non ha stabilità, colui che non appartiene.
Non si vive il proprio ebraismo se non ci si mette nei panni dell’altro, se non ci si sforza di capire e di provare ciò che l’altro prova, ciò di cui gode e ciò di cui soffre. Non è ebraismo quello che nell’altro vede solo l’avversario. 
Naturalmente la Torah mette anche in guardia nei riguardi di ‘Amalek – “Ricorda ciò che ti ha fatto ‘Amalek mentre uscivate dall’Egitto” (Deuteronomio 25:17). Curioso che in entrambi i casi il testo distingua il dovere del singolo dall’esperienza collettiva – “E non opprimerai… essendo stati stranieri”; “Ricorda… mentre uscivate”. Il dovere è di ciascuno di noi, proprio perché tutti assieme abbiamo vissuto la nostra storia. Sono ciò che sono, individualmente, perché appartengo a un popolo e ne condivido la storia e il destino collettivo.
Ma è necessario conciliarli i due moniti contrapposti, non se ne può sposare solo quello che più aggrada, nel bene e nel male. Essere ebrei è incarnarsi nell’altro rimanendo sempre fortemente se stessi. Anche nella difesa dei propri interessi, ma sempre senza dimenticarsi l’altro. Un’operazione per niente facile, ma un esercizio continuo di critica umanitaria e di equilibrio quello che ti richiede la Torah. Altrimenti sarebbe troppo facile.

Dario Calimani, Università Ca’ Foscari Venezia

(9 gennaio 2018)