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All’inizio del suo discorso alla nazione, martedì sera in televisione, poteva sembrare che il primo ministro Benjamin Netanyahu stesse per annunciare le sue dimissioni. Dopo aver elencato tutti i suoi meriti di soldato, diplomatico e uomo politico, poteva sembrare logico che seguisse una dichiarazione in cui Netanyahu prendeva atto dell’accusa di corruzione e violazione della fiducia emessa dalla Polizia nei suoi confronti e si ritirava a vita privata, per lo meno temporaneamente, per difendere il suo buon nome. Invece, il discorso è continuato con parole di sfida al sistema dell’ordine pubblico e della giustizia, e si è concluso con una inequivocabile dichiarazione: sono qui, rimango, e resterò.
Nel proclamare questo, Netanyahu si è dimenticato di dire una sola parola di confutazione delle accuse che gli ha mosso la polizia israeliana: l’aver ricevuto un milione di shekel in regali da un potente personaggio al quali è stato restituito il favore attraverso provvedimenti legislativi che avrebbero creato a quest’ultimo enormi benefici fiscali; l’aver interferito attivamente nella stampa quotidiana in modo da far ottenere benefici economici all’editore di Yediot Aharonot. Per questo, anche Arnon Milchan e Arnon Moses sono stati messi sotto accusa dalla polizia. Laddove c’è un corrotto c’è sempre anche un corruttore. In risposta alle accuse, peraltro appunto non smentite, Netanyahu si è rivolto direttamente alla nazione, fissando lo schermo e deridendo e delegittimando le pubbliche istituzioni: la polizia e il sistema giudiziario.
Questo modo di fare è – duole dirlo – dittatoriale. Così come dittatoriale è il quotidiano culto della personalità propria e dei propri familiari. Così come lo è il suo esplicito vanto di fronte alla nazione di essersi immischiato direttamente nell’aprire, chiudere, fondere o sdoppiare canali televisivi. Il regime del sempre più autocratico e accentratore Netanyahu degli ultimi anni – Primo ministro, ministro degli Esteri, ministro delle Comunicazioni responsabile della Televisione di stato, ministro dell’Economia responsabile dello Sviluppo delle fonti di gas sottomarine – è diventato quello di un uomo solo al comando.
Netanyahu ha puntato su alleanze internazionali quasi esclusivamente incentrate su personaggi e regimi di estrema destra erodendo o nullificando altre possibili alleanze. Ha sostenuto una politica economica che favorisce la polarizzazione sociale, l’arricchimento dei ricchi e il declino delle classi medie. Ha svolto una strategia difensiva piena di grandi dichiarazioni che però non sono riuscite ad evitare il surriscaldamento delle frontiere settentrionali e lo scontro militare diretto con l’Iran. Ha praticamente azzerato il ministero degli Esteri, riducendo così la capacità di manovra diplomatica del paese. Ha ceduto le redini degli affari religiosi a circoli estremistici che condizionano pesantemente i suoi governi di coalizione e lo spirito ebraico della nazione. Ha quasi distrutto il rapporto fra Israele e la grande diaspora americana i cui giovani si allontanano rapidamente da Israele. Ha promosso inutili e reazionarie leggi nazionaliste e l’annessione strisciante dei territori, ignorando il grave dilemma demografico dello stato binazionale. Ha cercato di ridurre e circoscrivere il potere della Corte Suprema, mettendo a rischio la divisione dei poteri nello stato democratico. Ha allontanato da sé i collaboratori più validi e si è circondato di lacchè mediocri, sguaiati e totalitari.
Sul piano della trattativa politica o di eventuali nuove iniziative di pace con i palestinesi non ha fatto nulla. La sicurezza e l’immagine di Israele ne sono uscite fortemente compromesse.
Israele è uno stato molto forte, ricco di risorse umane, ottimista e positivo, e con grandi capacità di innovazione e di esecuzione. Ma la gestione Netanyahu ha causato gravissimi danni politici e economici al paese che ne esce indebolito. Netanyahu ha seguito modi di comportamento personali lontanissimi da quelli molto frugali di precedenti primi ministri come David Ben Gurion, Moshe Sharrett, Levi Eshkol, Golda Meir, Menahem Begin, Itzhak Shamir, Itzhak Rabin, e più simili a quelli di Ehud Olmert che è finito in carcere. Ora la polizia lo rimanda al giudizio della Procura di stato che dovrà decidere se iniziare un regolare processo.
Al Primo ministro spetta il diritto di essere considerato innocente finché in tribunale non sarà provato il contrario. Auguriamogli di uscire indenne da questa prova che durerà moltissimi mesi e metterà l’intera società israeliana a dura prova. I danni causati, in ogni caso, sono irreversibili.
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Questo è il mio seicentesimo intervento scritto sul notiziario quotidiano dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche 24 edito dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
La mia collaborazione è iniziata dieci anni fa e mi ha dato l’occasione di riferire liberamente notizie, idee, preoccupazioni e speranze.
La mia è stata la voce di un ebreo italiano e di un israeliano, democratico, leale al proprio paese, rispettoso delle istituzioni, e al di sopra di tutto appassionato difensore dello Stato d’Israele.
In Israele e a Gerusalemme si è svolta tutta la mia attività professionale, vivono i miei figli e nipoti, e si trova il futuro del Popolo ebraico.
Oggi, dopo gli ultimi straordinari sviluppi politici, per onestà dovrei passare tutto il mio tempo a criticare e stigmatizzare i comportamenti e le responsabilità del Primo ministro di Israele, il cui ruolo e la cui presenza mi paiono deleteri per il futuro del Paese. E questo francamente non è ciò che ci si attende di leggere sulla stampa ebraica.
Pertanto ritengo più opportuno ritirarmi e concludere qui questo bel capitolo di scrittura pubblicistica, ringraziando il direttore Guido Vitale per il suo costante sostegno, e restituendo questo spazio, che mi è stato fin qui gentilmente riservato, ad altri che di sicuro meglio di me sapranno utilizzarlo. Shalom.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme