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…dicotomia

Ci siamo affidati a battute e a slogan. Abbiamo votato chi ci diceva ‘amo Israele’ o ‘ammiro gli ebrei’, mentre volgendosi dall’altra parte gridava ‘fuori gli immigrati’, ‘l’Italia agli italiani’. Ci si chiede allora chi siano gli italiani, e se noi potremo continuare a considerarci tali. E fino a quando. Ciò che non abbiamo forse considerato è che l’amore per l’ebreo non può essere un privilegio concesso solo a me o alla collettività cui appartengo. Io, ebreo, sono garantito non da una simpatia nei miei riguardi, ma da un sistema che garantisca libertà, uguaglianza, diritti e umanità a tutti i suoi membri, presenti e potenziali.
La simpatia contingente può esaurirsi all’improvviso, non dà garanzia di durata perché dipende da un umore precario, non dal riconoscimento di regole stabili e condivise.
Ma a queste considerazioni se ne aggiungono altre. È sin troppo evidente come l’amore di Salvini per Israele sia funzionale alla sua islamofobia. Quando, per motivi politici, verrà meno l’islamofobia, verrà meno anche l’amore. Un amore, oltretutto, che non è affatto condiviso dalla Lega tout court, i cui sfoghi sui social network rivelano un sentimento antisemita viscerale, ricco di tutti gli stereotipi e di tutti i pregiudizi più biechi dell’antisemitismo storico.
Dei sentimenti antisemiti e anti-israeliani dei Cinque Stelle non occorre neppure parlare, e ci si risparmia un dolore.
Se qualcuno mi chiedesse: “E allora, che se ne ricava? Che si fa?” Direi tranquillamente: “non lo so.” Ed è una fortuna che la cultura dell’ebraismo ci abbia abituato all’idea che non sempre a una domanda corrisponde una risposta.
La crisi rimane aperta, e produce lo spazio per il dibattito, forse per lo sconforto, o magari per la fiducia.
E in questa dicotomia tutti ci ritroviamo, uniti nella divisione.

Dario Calimani, Università Ca’ Foscari Venezia