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La Haftarà di Shabbat Ha-gadol, il sabato che precede Pesach, si conclude con il confortante annuncio del tempo, preconizzato dal profeta Malakhì, in cui il Signore invierà nuovamente il Profeta Elia, con il compito di ristabilire armonia, pace e pienezza di fede nel popolo d’Israele, riportando “il cuore dei padri (verso il Signore) per mezzo dei figli e il cuore dei figli (verso il Signore) per mezzi dei padri.” (Malakhì 3,23). Fino ad allora però le cose non saranno così semplici, e l’idillio della condivisione tra padri e figli, tra una generazione e l’altra, sarà spesso ben lontano dal trovare realizzazione, come ben ci testimonia il famoso brano della Haggadà di Pesach in cui si parla di “quattro figli”, ovvero di quattro modalità, tra loro ben diverse, nel confrontarsi con valori fondamentali nella Torà, quali il ricordo dell’uscita dall’Egitto, la liberazione dal giogo del faraone e quali i precetti che caratterizzano questo ricordo; per questo il midrash ci parla di “un figlio saggio, uno malvagio, uno semplice ed uno che non sa fare domande”. È vero, i “Quattro figli” sono molto diversi fra loro, però i valori, i concetti e soprattutto i comandamenti che gli uni desiderano conoscere con devozione e altri rifiutano con sdegno o ignorano o a cui paiono indifferenti, sono gli stessi, sono riconosciuti da tutti, anche nell’eventuale rifiuto o presa di distanza; si può rispondere al malvagio che “si è escluso dalla collettività” proprio perché è chiaro a tutti che cosa forma una collettività ebraica, si può essere più vicini o più lontani alla Torà, studiosi o ignoranti, fedeli o ribelli, le identità, le collocazioni all’interno del popolo ebraico assumono diverse modalità ma ognuno può sapere chiaramente dove si trova fino a che si riconosce che si sta parlando degli stessi valori e delle stesse Mizvot; fino a che l’oggetto dello studio è il medesimo, ovvero che ci sono “edot chukkim e mishpatim – comandamenti, che possono essere testimonianze a ricordo dei grandi eventi del popolo d’Israele, ovvero statuti stabiliti dalla volontà divina o ancora leggi razionalmente comprensibili. Ancora oggi l’unità del popolo ebraico, di tutto il popolo, della diaspora e dello Stato d’Israele, è legata al fatto che si riconosca la stessa Torà e le stesse norme di interpretazione che hanno forgiato la normativa. Poi ci saranno sempre “il figlio saggio, il malvagio, il semplice e chi non sa formulare domande”, non si risolvono le difficoltà cambiando “le regole del gioco”, facendo credere al “malvagio” che potrebbe sentirsi più a suo agio con il suo ebraismo qualora si modificassero arbitrariamente qualcosa di quelle leggi e di quegli statuti, i quattro caratteri sono parti fisiologiche del popolo ebraico e devono fare tutte le domande che ritengono di dover fare o necessitano di tutta la nostra attenzione se queste domande non le fanno. Predicare per cambiare i punti di riferimento, come fa qualche sapientone sul New York Times, riportato ieri su queste pagine, non contribuisce ad unire bensì ad accrescere incomprensioni e spaccature nel mondo ebraico. Almeno fino a quando non verrà il Profeta Elia a sistemare le cose.

Giuseppe Momigliano, rabbino

(21 marzo 2018)