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Orizzonti – Siberia, la Terra promessa oltre le paludi ghiacciate

Non è semplice raggiungere Birobidzhan, la capitale del remoto «Yevreyskaya Avtonomnaya Oblast», il Territorio Autonomo degli Ebrei. Quando venne fondata da Stalin nel 1932 gli oltre 50.000 ebrei che vi emigrarono percorsero migliaia di chilometri per raggiungere il remoto avamposto siberiano, fra paludi ghiacciate, permafrost e terra dura.

Siamo alla confluenza dei fiumi Bira e Bidzan, entrambi tributari del grande Amur che con il Trattato di Nercinsk del 1689 diventò il confine tra le aree di influenza russe e cinesi nell’Estremo Oriente siberiano a Nord della Manciuria. Oggi il Territorio Autonomo degli Ebrei è uno degli 83 soggetti giuridici costituenti la Federazione Russa.

Raggiungiamo Birobidzhan, la «Sion rossa», percorrendo con la Transiberiana 8.320 chilometri dalla stazione Yaroslavskaya di Mosca. La stazione ferroviaria di Birobidzhan già racconta il luogo: un edificio di mattoni rossi, con il nome della città in caratteri cirillici ed ebraici, in russo e yiddish. Anche tutte le insegne stradali sono bilingue e appena scesi dal treno ci accoglie una grande menorah in cima a un obelisco, accanto a una scultura di bronzo con l’eroe popolare ebraico inventato da Sholem Aleichem: Tewje il lattivendolo, qui diventato l’icona dei primi pionieri.

Poco distante, tra l’immancabile Ulitsa Lenina e la Ulitsa Sholem Aleichem, ecco la sinagoga più grande della città, ornata con una grande stella di David intagliata nel legno. Qui incontriamo il giovane rabbino Eli Riss che guida la comunità ebraica di circa 3.000 membri, oggi soltanto lo 0,5% della popolazione dell’intera regione. «Mio padre venne qui negli Anni 50 e appena poté emigrò con tutta la famiglia in Israele. Dopo alcuni anni però la Comunità di qui desiderava un rabbino giovane ed energico che avesse voglia di rivitalizzare la cultura ebraica in questa remota regione. Ed eccomi qua».

Il rabbino ci guida nel piccolo Museo che racconta la sorprendente storia del Birobidzhan, e nel Centro Culturale Ebraico, l’Obshina Frejd (pace in yiddish). Alla radio locale si ascolta un programma in yiddish e viene ancora pubblicato il settimanale Birobidjaner Sthern.

Accanto alla Sinagoga c’è un piccolo ma animato cantiere edile: «Stiamo ampliando il Centro culturale ed entro pochi mesi inaugureremo una nuova caffetteria e un ristorante kasher: quando tornerai qui – dice soddisfatto -, potrai assaggiare il Gefilte fish, la carpa farcita, piatto fondamentale della tradizione yiddish».

Ma la sonnolenta cittadina di Birobidzhan sperduta fra la Manciuria cinese e la Siberia russa è anche l’esito tormentato della contrapposizione tra due correnti di pensiero ebraico che si sono duramente confrontate all’inizio del secolo scorso: il Bund (la Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Russia, Polonia) e il movimento sionista fondato da Theodor Herzl. Sullo sfondo, la tormentata storia degli ebrei di Russia: cinque milioni all’inizio del Novecento, confinati in «zone di residenza» nelle aree più povere del Paese, banditi dall’amministrazione pubblica, sempre in fuga dai continui pogrom. Solo fra il 1881 e il 1914 ben due milioni di ebrei russi emigrarono negli Stati Uniti e 60 mila in Palestina. La rivoluzione bolscevica rappresentò per molti un’occasione di riscatto e di emancipazione e nel 1917 gli ebrei aderirono in massa alla Rivoluzione.

Sono gli anni di Sergej Ejzenstein, il regista della Corazzata Potiomkin, di Vasilij Grossman, prima che scrittore, corrispondente di Stella Rossa (il quotidiano dell’esercito), di Boris Pasternak, Marc Chagall, Ossip Mandel’stam… Ma furono anche anni di duro scontro politico tra il «bundismo» e il sionismo. I comunisti ebrei del Bund erano decisamente anti-sionisti, con l’obiettivo di edificare una «nazione ebraica senza Stato»; i sionisti, per la nascita di uno Stato ebraico in Palestina, con una capitale naturale: Gerusalemme.

In questo scontro tra visioni antagoniste, l’allora presidente del Soviet supremo Michail Kalinin propose a Stalin di creare una regione autonoma per gli ebrei: una «Sion rossa», un’alternativa comunista per frenare le ondate migratori degli ebrei verso Palestina e America. Era il 1934, mancavano solo 16 anni alla proclamazione dello Stato di Israele, e le autorità spedirono a Birobidzhan migliaia di famiglie, per costruire uno Stato ebraico socialista e ateo, con lo yiddish e non l’ebraico come lingua nazionale.

Il sogno finì presto sotto le nuove purghe staliniane degli Anni Cinquanta che colpirono interi popoli (i calmucchi e i tatari), grandi parti della dirigenza bolscevica e anche gli ebrei della remota regione siberiana. La folle politica di Stalin rese impossibile per Birobidzhan diventare il centro della vita ebraica in Unione Sovietica e gran parte degli ebrei dell’Estremo Oriente emigrarono in Israele.

Oggi Birobidzhan è un posto civile nel quale non c’è traccia di antisemitismo e i pochi ebrei rimasti possono rafforzare la propria comunità, studiare lo yiddish, coltivare la storia e le tradizioni ebraiche, e il Territorio Autonomo degli Ebrei rimane una preziosa testimonianza di una delle vicende meno note della diaspora. Ma non c’è dubbio che ebbe ragione Theodor Herzl quando nel primo Congresso mondiale ebraico di Basilea del 1897, con il suo «Se lo volete, non sarà un sogno», indicò la strada irreversibile che portò alla nascita dello Stato di Israele.

Gianni Vernetti, La Stampa, 21 marzo 2018