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Lettori perplessi

michael sierraIl prossimo Shabbat, lo Shabbat che precede a Tisha Be Av (Shabbat Hazon), leggeremo la parasha di Dvarim, ossia la prima parasha del Sefer Dvarim (Mishneh Torah o Deuteronomio in italiano). In occasione di questo Shabbat, desidero consigliare ai lettori di Pagine Ebraiche un libro del mio Maestro, Micha Goodman, tradotto recentemente da Giuntina: L’ultimo discorso di Mosè e condividere una riflessione in riguardo.
Nella sua opera Goodman offre un approccio diverso al libro di Dvarim. Non è quello accademico, ma non è nemmeno quello classico dei commentatori rabbinici. Goodman non si concentra sulle fonti storiche del libro o sulle sue successive interpretazioni midrashiche. Gli interrogativi che lo spingono verso il Deuteronomio sono di natura principalmente filosofica. Come dice lui stesso: “ero interessato alle idee religiose, psicologiche e politiche in esso contenute – idee che ho cercato di affinare e di esprimere correttamente per buona parte di un decennio”. Le due rivoluzioni di Mosè costituiscono l’argomento della prima parte del libro, nella quale l’autore presenta le idee fondamentali della nuova consapevolezza religiosa-spirituale che Mosè descrive nel suo ultimo discorso. Mosè stabilisce due cambiamenti importanti: la proibizione del culto rituale all’esterno del Tempio (Bet Ha-Mikdash) e l’ammissione che D-O non è presente nel Tempio. Secondo Goodman, queste idee hanno le loro radici nei primi quattro libri della Bibbia, ma raggiungono il loro pieno sviluppo nel Deuteronomio.
La seconda metà del libro passa dall’aspetto filosofico a quello pratico. Discute la dolorosa consapevolezza di Mosè di quanto fosse difficile, se non addirittura impossibile, raggiungere ciò che si proponeva nel suo discorso. La prima parte è a carattere teologico, in quanto si concentra su una nuova idea relativa alla natura di Dio. La seconda parte è a carattere psicologico e tratta della natura dell’uomo e del suo modo di affrontare la sfida del successo. La terza parte concerne l’impatto del discorso finale di Mosè nei giorni e negli anni successivi alla sua enunciazione. Per esaminare il retaggio di questo discorso Goodman propone lo studio di due dei successori di Mosè: Giosuè, che adempì i suoi precetti, e re Salomone, che li abrogò.
Fra gli argomenti discussi nella seconda metà del libro vi è la domanda “come colmare il divario tra il mondo morale del lettore e quello della Bibbia”? Per rispondere a questa domanda Goodman spiega tre letture comuni della Bibbia. La prima, la lettura fondamentalista, si basa su due credi: la totale santità del testo e la subordinazione del lettore. Quando c’è un conflitto tra la morale del testo e dei versetti espliciti nella Bibbia, il lettore deve sottomettersi all’autorità dei versetti. La seconda invece, la lettura anarchica, è una lettura opposta a quella fondamentalista. Il lettore anarchico compone l’abisso morale tra la sua coscienza morale e la Torà con una interpretazione creativa e qualche volta perfino ingegnosa. Il lettore anarchico cerca di mostrare che l’abisso esiste ma solo in apparenza. Il testo contiene valori sublimi che sono, “casualmente”, identici ai suoi. Diversamente dal lettore fondamentalista, il lettore anarchico modella il testo affinché si adatti alla sua coscienza. La terza lettura che pare sia la più sostenuta da Goodman, è la lettura del lettore perplesso. Il lettore perplesso è quello che non si estrania dal testo ma che nello stesso tempo rifiuta di transigere sui suoi valori morali per accordarsi con il testo. La santità della Torà è importante per lui, ma lo è anche essere fedele alla sua coscienza. Questa persona, spiega Goodman, è in grado di sopportare il paradosso, talora sconcertante tra la coscienza e la fede. Secondo questa tesi, la perplessità (la quale Goodman sostiene in diversi modi anche nel suo libro “I segreti della guida dei perplessi del Maimonide”) è una qualità che bisogna rafforzare. Personalmente ho trovato molto rilevante questo argomento alla ricorrenza di Tisha Beav.
Mi spiego, il primo capitolo del trattato Yomà (Talmud bYomà 9b) ci chiede “Perché è caduto il Primo Tempio?” La risposta è: “perché sono stati commessi tre crimini: l’idolatria, l’adulterio e lo spargimento di sangue”. Fin qui, tutto chiaro. I nostri Maestri hanno stabilito che bisogna morire e non trasgredire compiere questi peccati (יהרג ובל יעבור).
Per quanto riguarda il Secondo Tempio invece, la ragione è molto più vaga ed è quella che il Talmud definisce sinat chinam (odio gratuito). È interessante notare che mentre sui primi tre peccati del Primo Tempio troviamo fonti esplicite che li vietano, nel caso dell’odio gratuito, a parte il divieto generale di non odiare il prossimo che appare nel libro di Vaikrà, non vi sono fonti esplicite che spiegano di cosa si tratta. In questo caso, come in tanti altri, bisogna ricorrere alla coscienza umana. A mio avviso, l’importanza della perplessità, in un mondo in cui pare che tutti siano esperti di tutto è un messaggio importante. Mi auguro che nel mondo ebraico e nella nostra società in generale, aumenti la perplessità. Una perplessità (מבוכה) che come spiega Rav Moshe Chayim Luzzatto nel Messillat Yesharim, grazie alla Torah e alla nostra coscienza, ci può aiutare ad uscire dal labirinto (מבןך) e trovare la strada giusta. La strada della modestia, del amore gratuito e così anche della ricostruzione del Bet Ha-Mikdash presto nei nostri giorni.

Michael Sierra