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“Raccontiamo la nostra cultura
e costruiamo insieme il futuro”

Ci apprestiamo con particolare emozione a celebrare l’inaugurazione di questa diciannovesima Giornata Europea della Cultura Ebraica, a due mesi esatti dalla tragedia del crollo del ponte Morandi, che ha colpito questa città e lasciata sgomenta e attonita l’Italia intera.
Lo facciamo in punta di piedi, abbassando lo sguardo, nella speranza che anche una iniziativa di incontro, di amicizia, di cultura, magari una pausa di distrazione, che possa dare un piccolo contributo di fiducia a una società gravemente ferita.
In questa giornata in cui Genova è impegnata anche a ricordare con altre manifestazioni, ci uniamo alla città in un abbraccio e in un rispettoso omaggio alle vittime, ai feriti, a chi è restato senza la propria dimora, a coloro che sono restati più soli.
La Giornata Europea della Cultura Ebraica è un importante momento in cui i luoghi ebraici italiani si aprono alla cittadinanza. Quest’anno sono 87 le località che partecipano, distribuite in 15 regioni, allo scopo di far conoscere storia, tradizioni, vita e fede di un popolo presente in Italia da oltre due millenni.
Contro il pregiudizio, noi proponiamo la conoscenza, l’approfondimento, l’incontro.
E il racconto di una cultura che proprio nella narrazione affonda le sue radici. “Storytelling. Le storie siamo noi”, il tema della Giornata condiviso con 28 paesi europei, è infatti un tema che richiama l’identità stessa del popolo ebraico e di ciascuno di noi.
A partire dalla Torah, la Bibbia, il primo testo dettato e tramandato, fondamento dell’ebraismo e riferimento spirituale e morale per miliardi di esseri umani.
La Torah è composta di parti prescrittive, che dettano o dalle quali si ricavano le norme che regolano la vita ebraica, e da parti narrative amplissime, vicende che sono parte della storia del mondo, dell’umanità del popolo ebraico, di collettività e di singoli, raccontate nella Genesi, nell’Esodo, nel Levitico, in Numeri e nel Deuteronomio.
Come ci insegnano i Maestri le personalità raccontate nella Torah sono profondamente umane e vere, con le loro debolezze e fragilità non modelli e divinità. Gli uomini e le donne, le vicende ed eventi, raccontati nella Torah sono profondamente veri e specchio di una realtà e dialettica umana che anche oggi conosciamo. Senza quel libro, il popolo ebraico non sarebbe il popolo ebraico, e l’umanità non sarebbe la stessa.
Dal sacro testo della Torah in poi, gli ebrei – padri, madri, nonni, educatori- raccontano e tramandano la propria storia – e dunque plasmano, secolo dopo secolo, la propria identità – in molteplici modalità. Non è solo un modo di essere casuale.
La radice in ebraico della parola Torah porta a quattro significati tutti tra loro collegati: 1) insegnare, 2) indicare la strada 3) andare alla scoperta 4) essere genitore.
Il narrare quindi è una responsabilità e dovere. Eccone come si esplicitano nel nostro oggi:
– quando recitiamo le antiche preghiere tramandate da secoli e, in particolare, quando si legge la Parashà, la porzione settimanale di Torah, nella liturgia del sabato mattina, il lunedì e il giovedì, dai rotoli scritti con apposito inchiostro e quando si ricorre a questo insieme di storie bibliche per renderle favole da raccontare ai nostri bambini;
– quando si studiano le pagine del Talmud – 63 trattati di commento alla torà attraverso il metodo della discussione, sfide di logica e interpretazione, che fanno tornare attuali dilemmi legali su cui i maestri si sono interrogati molti secoli fa, anche traendo spunto e commentando minuti eventi della quotidianità, per ricavare le regole di vita ebraica in ogni ambito;
– quando si elabora un commento attraverso il Midrash e l’Agadà, la letteratura rabbinica di commento ai testi sacri, per proporre riflessioni su morale e valori, e quando si indaga il mondo della kabalà – la mistica ebraica;
– quando leggiamo di mattina e di sera lo “Shemà” e siamo chiamati a tramandare ai nostri figli il nostro credo;
– si fa Storytelling durante le principali feste, a Pesach, la Pasqua ebraica, Hanukkà, la festa delle luci, Purim, la festa delle sorti: la lettura dei testi antichi e la narrazione degli eventi – soprattutto rivolta ai bambini – è essenza imperativa ed è il cuore pulsante di queste festività. Contribuisce a trasmettere le antiche storie di generazione in generazione, dalla notte dei tempi ad oggi, traendo forza e speranza per affrontare la realtà in cui ci si è trovati a vivere e diventarne parte.
In vista di un arrivo e ritorno alla terra promessa cosi come la costruzione del Tempio, ed in assenza di una terra, della quale per due millenni gli ebrei sono stati privi, raccontare e trasmettere la propria storia è stata l’unica maniera per preservarci nei lunghi secoli di diaspora e peregrinazioni.
Sono mille i rivoli della narrazione ebraica: dai racconti della tradizione Hassidica degli ebrei dell’est Europa, scritti e tramandati con la loro valenza etica e morale, alla poesia, alla musica, alle barzellette, al teatro e cinema, alla letteratura.
Sono rispettati sia il narratore che il narrato. Sono custoditi e preservati nei secoli anche gli stessi supporti su cui sono riportati. (gheniza).
Zachor (ricordati), Veshinantam (li ripeteriai), Vehigadetà (e dirai).
Secoli di Storytelling, declinato in tanti modi diversi, fino ad approdare al ‘900, un secolo in cui avvengono due eventi cruciali: la Shoah, e la fondazione dello Stato di Israele.

La Shoah, con la sua drammatica fattualità, ha segnato indelebilmente l’identità ebraica e quella europea. Dopo il genocidio, il racconto non è sgorgato fluido: dopo la guerra i sopravvissuti non volevano raccontare: per un oscuro senso di colpa per essere sopravvissuti; perché era troppo doloroso ripercorrere quanto vissuto, perché nessuno ci avrebbe creduto; perché era necessario invece guardare avanti, ricominciare. Solo decenni dopo, la narrazione della Shoah, specie in diaspora, è fuoriuscita in tutta la sua sconvolgente, disturbante realtà, accompagnata dolorosamente dal movimento che invece ha iniziato a negarla.
Io, Noemi, non sarei la persona che sono, se la mia infanzia e la mia vita non fossero state segnate dal racconto di un male indicibile, profondissimo, assoluto, stratificato sulle storie d’infanzia della tradizione ebraica.
La narrazione della Shoah svolge poi un importante ruolo sociale: trasmette valori, in particolare alle giovani generazioni, diffondendo, ai gridi di “questo è stato“e “mai più”, la consapevolezza che è necessario impegnarsi affinché quei tragici eventi non avvengano più in nessun tempo e in nessun luogo e l’indifferenza di chi evidentemente nulla ha letto e nulla ascoltava non generi un altro racconto oscuro. Sappiamo che così non è, ma è nostro dovere narrarlo.

La creazione dello Stato d’Israele è l’altro elemento cruciale della storia ebraica nel ‘900. La rinascita della nazione ebraica ha accompagnato la “reinvenzione” della lingua ebraica, ad opera di Eliezer Ben Yehuda e dei pionieri, che rivitalizzarono l’ebraico, e lo trasformarono da lingua del rito a lingua viva, con la quale cimentarsi anche nella scrittura. I grandi scrittori e poeti israeliani – Bialik, Agnon, Shalom Aleichem, Alterman, Glodberg e moltissimi altri, sono la testimonianza della rinascita di un intero universo di senso, la lingua sacra che torna a essere lingua della narrazione, come se si fosse chiuso un cerchio, tornando al principio, alla lingua della Torah, pur “aggiornata” e modernizzata, per narrare storie, per continuare a trasmettere la propria identità.
E arriviamo all’oggi, alle tante personalità che, all’interno dell’ebraismo, in modi molto diversi hanno saputo trasmettere una cultura, una storia, una tradizione, attraverso le più disparate opere dell’ingegno.
Tra queste c’è chi lo ha fatto in forma artistica, come Lele Luzzati, le cui opere espressione del suo riconoscibile estro, alcune delle quali adornano questa Sinagoga, e a Roma presso la sede dell’Unione, il soffitto del centro bibliografico, hanno dato lustro all’Italia e a Genova.
Con sincera commozione vorrei inoltre ricordare due importanti narratrici, Giacometta Limentani e Clara Sereni, ambedue scomparse in questo 2018, scrittrici e rappresentanti dell’impegno culturale femminile al più alto livello. Ambedue depositarie di un’arte della scrittura interpretata anche come impegno e dovere sociale, fondata sui valori di un ebraismo tramandato con tutta la sua inquietudine ma anche forza di vita.
Narrare oggi è una grande responsabilità, specie quando si ha il ruolo e la potenzialità di influenzare il pubblico dibattito e la mente dei giovani. Oggi il racconto di eventi, soprattutto quello ridotto a poche parole e segni, può raggiungere immense quantità di persone in pochi secondi e in ogni angolo del mondo, diffondendosi a macchia d’olio grazie a internet e ai social media. Vi è invero, il “lato oscuro” dello Storytelling, la narrazione che si presta al falso, alla menzogna, alla diffamazione, alla creazione di figure mitizzate ed autoritarie, all’appagamento illusorio di masse.
Tocca alla cultura attivarsi con senso di responsabilità per contrastare questo dilagante fenomeno che avvelena il futuro, offusca le menti e assopisce le coscienze rendendo sempre più difficoltoso il civile confronto. Tocca a noi tutti – istituzioni, genitori, docenti, cittadini, creare curiosità nei giovani – dai neonati in su – per ascoltare anche il racconto altrui, e formarsi una propria identità in un contesto italiano ed europeo che genera vitalità, solidarietà e futuro e soprattutto diventare capaci a loro volta di essere narratori.

La Giornata Europea della Cultura Ebraica nasce proprio con questo scopo: far scoprire e “toccare con mano” luoghi, storia e tradizioni ebraiche, orgogliosi di aprire le porte in ogni parte d’Italia, di raccontarci, fiduciosi che la narrazione di quel che siamo e quel che abbiamo contribuito per lo sviluppo della nostra patria, in ogni città e ogni dimensione della vista, riesca a contrastare qualche pregiudizio di troppo che ancora permane e che l’idea di una società aperta al prossimo e rispettosa di ogni diversità, sia favorita anche da iniziative come questa.
Proprio in ambito culturale l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità Ebraica di Genova hanno voluto agire, di concerto, avviando una raccolta fondi per dare un contributo per delle borse di studio, affinché alcuni ragazzi, figli delle vittime della tragedia del crollo del ponte, possano studiare. Abbiamo ritenuto di privilegiare questo aspetto, tra le tante necessità di chi è stato colpito, proprio per ripartire dalla cultura, nell’ottica di prestare una particolare attenzione al futuro, ai giovani, che sono il nostro domani.

Nell’inaugurare questa Giornata Europea della Cultura Ebraica in questa città ferita, il pensiero va a loro, e a tutti coloro che hanno patito le conseguenze della tragedia dello scorso 14 agosto.
Ringrazio tutti voi per essere qui. La vostra presenza così numerosa, solidale, convinta, ci auguriamo possa davvero essere di buon auspicio per i prossimi mesi e anni di questa bellissima città, per la sua volontà di coltivare uno sguardo positivo verso il futuro e continuare a narrare la sua millenaria storia.
Grazie.

Noemi Di Segni, Presidente Unione delle Comunità ebraiche Italiane