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Il cordoglio e la frattura aperta

Dopo l’attentato alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh il mondo ebraico, dentro e fuori dai confini americani, si è ritrovato di fronte al dolore per le 11 vite spezzate e allo shock per l’episodio antisemita più grave della storia Usa.
Tuttavia, il cordoglio unanime non è bastato a rimarginare una delle fratture che pervadono la realtà ebraica contemporanea: la contrapposizione tra diverse denominazioni. All’indomani dell’attacco infatti, non è passato inosservato come nella stampa espressione del mondo ebraico haredi, il luogo della strage, affiliato al movimento conservative, non sia stato denominato sinagoga, ma tutt’al più centro ebraico. Un approccio di cui è stato chiesto conto al rabbino capo ashkenazita di Israele, rav David Lau, in un’intervista al quotidiano israeliano Mekor Rishon. Pur cercando di non scatenare polemiche, il rabbino non ha a sua volta voluto impiegare il termine sinagoga, parlando invece di un luogo di chiaro carattere ebraico. “Questa domanda non è rilevante. Non importa come viene chiamato dove è avvenuto, le vittime sono state uccise in quanto ebrei”, ha dichiarato, aggiungendo: “Non c’è bisogno di creare problemi in un momento doloroso”. Diverse le reazioni, a partire da quella del primo ministro Benjamin Netanyahu, che pur non menzionando esplicitamente Lau, ha ribadito senza equivoco l’identità di Tree of Life come sinagoga. “Degli ebrei sono stati uccisi in una sinagoga. Sono stati uccisi perché erano ebrei, e il luogo è stato scelto perché è una sinagoga. Non dobbiamo dimenticarlo, siamo un unico popolo”, ha twittato Netanyahu.
“Il rabbino Lau si è rifiuta di chiamare sinagoga un luogo in cui degli ebrei sono stati uccisi pregando. Una sinagoga tale anche dal punto di vista halakhico”, ha commentato Tomer Persico, Research Fellow al Hartman Institute di Gerusalemme e docente di religioni comparate all’Università di Tel Aviv.
Anche rav Benny Lau, importante voce del mondo ortodosso progressista (e cugino di David), è intervenuto ricordando i “fratelli e sorelle uccisi in una sinagoga perché ebrei”, e mettendo in guardia contro le divisioni all’interno della comunità.
Mentre rav David Stav, a capo dell’organizzazione ebraica Tzohar, ha dichiarato in un messaggio “Nessun ebreo, a prescindere da dove si trovi può non essere rimasto scioccato e profondamente addolorato dall’attacco a ebrei innocenti in una sinagoga avvenuto a Pittsburgh. Tutti noi esprimiamo solidarietà alla comunità ebraica di Pittsburgh e auguriamo una rapida guarigione ai feriti. Questa orripilante tragedia prova ancora una volta che le minacce del terrore e l’odio rimangono – ha proseguito – Oggi più che mai dobbiamo assicurarci che i nostri nemici sappiano che siamo un popolo unito, che condivide dolore e angoscia di tutti i fratelli ebrei a prescindere dal luogo di appartenenza, denominazione o livello di osservanza, e che non verremo mai sconfitti da odio o terrore”.
La questione dell’uso del termine sinagoga si inserisce nel contesto più ampio del rapporto tra Stato di Israele e denominazioni ebraiche non ortodosse, che negli Stati Uniti rappresentano la maggior parte della comunità, ma le cui istanze sono in gran parte non riconosciute dal Rabbinato Centrale israeliano.

Rossella Tercatin

(30 ottobre 2018)