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…profughi

A cent’anni dalla fine della Grande Guerra il tema dei profughi resta prioritario nelle grandi devastazioni provocate dai conflitti. Fu quella la guerra che per prima fece strage fra i civili e spinse milioni di persone ad abbandonare case e terre, spinte da improvvisi rivolgimenti di fronte o da insopportabili condizioni di inedia e di malattia. Da allora sono state le popolazioni civili le vere protagoniste dei conflitti. Ieri, cent’anni orsono, erano gli italiani del Friuli in fuga dopo Caporetto o gli ebrei che scappavano da Lvov (naturalmente dopo essere stati massacrati, che non sia mai che si perda l’abitudine). Oggi sono i siriani o i congolesi o gli hondureñi, che fuggono – quando possono – e divengono spesso prede di mafie della migrazione e di strumentalizzazione politica. Perché dei civili in fuga si può dire e fare quel che si vuole. Sono senza nulla, sanno quel che lasciano e non sanno quel che trovano né dove. Sono ricattabili, specie se si tratta di famiglie o peggio di donne. Gli si può fare violenza e non c’è chi li protegga, mentre si trova sempre chi li usa.
L’arrivo a Fiumicino di un nuovo gruppo di alcune decine di siriani che sono stati trasportati grazie al corridoio umanitario realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio assieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche e alla Tavola Valdese propone una prospettiva nuova e praticabile. Non più “gestione” del problema profughi, ma proposta per una soluzione. Non più una questione trattata come problema di sicurezza (polizia, barriere, campi di raccolta, rimpatri), ma occasione di salvataggio umanitario unita alla buona pratica della guerra (una guerra giusta…) al mercato degli esseri umani. La direzione proposta sembra quella giusta, meno costosa e decisamente meno ipocrita delle ipotetiche soluzioni che improvvisati governanti “forti” stanno proponendo in varie parti di un mondo che si dibatte fra emergenze umanitarie e catastrofi meteorologiche.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(2 novembre 2018)