La tentazione totalitaria

torino vercelliÈ inutile nasconderselo: le apprensioni crescono. Ci stiamo rendendo conto che il quadro geopolitico, non solo del nostro Paese ma di tutto il Continente, sta mutando. Con esso, anche una parte degli equilibri e degli assetti interni alle società nazionali. Se ancora qualche tempo fa potevamo dirci che il tutto potesse rubricarsi a fenomeno transitorio, ora invece dobbiamo riconoscere che non c’è nulla di temporaneo oppure occasionale. Si sa cosa si lascia, non si può sapere per certo cosa si incontrerà. La storia non è mai un insieme fisso, cristallizzato, di protagonisti ed eventi. La storia racconta del mutamento come costanza del vivere umano. Mutano le persone, cambiano i corpi, si trasformano le società. È un principio vitale, per così dire. Dopo di che, può anche essere fonte di grandi preoccupazioni. Se c’è un segno all’orizzonte del presente, infatti, è che le democrazie liberali e sociali (il binomio è d’obbligo) sono chiaramente affaticate. Alcune si rivelano già in declino, prima ancora di avere prodotto i loro benefici effetti, a partire dei paesi dell’Europa dell’Est. Altre arrancano, faticosamente, dovendosi confrontare con le loro anchilosità e farraginosità. Prodotto del patto politico atlantico, dal 1945 in poi, devono adesso confrontarsi con uno scenario, interno e internazionale, completamente mutato. Ancora una volta ciò che stiamo vivendo è una crisi dei ceti medi, ai quali i vari sovranismi, populismi, identitarismi cercano di dare forma e rappresentanza. All’interno di questo ampio e corposo sommovimento, si inseriscono vecchie e nuove tentazioni, che poco o nulla hanno a che sparire con la fisiologia quotidiana di un regime democratico e molto, invece, con il desiderio di ridurre allo stato di assoluta minorità le opposizioni politiche come anche di neutralizzare i diritti alla diversità, civile, sociale, culturale. Nuovi movimenti, che perlopiù disdegnano la definizione di “partiti”, un po’ in tutta Europa si propongono come la soluzione alle ansie dei molti, ripresentando tratti che se non solo certo immeditamente assimilabili a quelli delle formazioni politiche autoritarie del primo dopoguerra, tuttavia rivelano spesso una tentazione illiberale. La democrazia rappresentativa, con le sue molte mediazioni obbligate, con la separazione dei poteri, con il riconoscimento del pluralismo come valore fondamentale dell’uguaglianza (ossia uguali nella diversità), è spesso vista, se non subita, al pari di un filtro inutile se non pernicioso, del quale liberarsi quanto prima. Le si preferisce l’illusoria fantasia di una democrazia «diretta», dove invece l’individuo è depotenziato delle sue rappresentanze collettive per essere chiamato ad autorappresentarsi, come se ciò fosse concretamente possibile in società di massa, dove invece le asimmetrie di potere non possono mai essere superate o mitigate se non tramite l’azione dei gruppi in coalizione. L’«uno vale uno» rischia così di trasformarsi in uno decide per tutti. A questa deriva, concretamente antidemocratica. si unisce poi la finzione che i problemi di collettività complesse, stratificate, differenziate possano essere risolti quasi magicamente, con soluzioni banali, nel nome del «potere all’ovvio». L’ovvio tradisce, in questo ed in altri casi. È un miraggio al quale certuni continuano a credere, anche dinanzi alla dure prove della realtà. Un muro, quest’ultima, contro il quale, sbattendo la testa, la si rompe. Prima o poi, anche se l’ansia censoria sta salendo, se non altro per sancire la cancellazione del principio stesso di realtà nella vita dei tanti. Il quale, in storia (da essa siamo partiti) si riprende sempre le sue rivincite.

Claudio Vercelli

(11 novembre 2018)