Spunti da Praga
Voci, resoconti da Praga, dal terzo Summit of European Jewish Leadership in occasione del 50° anniversario dell’European Council of Jewish Communities (ECJC). Grazie a Sabrina Coen e alla sua puntualità adesso conosco realtà e studi che mi auguro vengano pubblicati e su cui credo varrebbe davvero la pena di ragionare profondamente. Per esempio la relazione di Lars Dencik, psicologo sociale, che affronta il futuro delle comunità ebraiche nel lungo termine tenendo conto di mobilità e migrazioni in Europa. Società che si trasformano rapidamente e interrogano le nostre basi identitarie. Sviluppi demografici, ruoli familiari, nazionalismi e xenofobia. La conclusione di Dencik è che l’ebraismo dovrebbe adeguarsi alle trasformazioni in atto usando le “armi” della razionalizzazione, della secolarizzazione e di ciò che definisce “individualismo istituzionale”. Come dire: dobbiamo essere ebrei per scelta perché è più facile uscire dall’ebraismo che rimanervi, e perché comunque ognuno di noi viene trattato e percepito dagli altri come un singolo. Nella contemporaneità ci sono varie tonalità di “appartenenza ebraica” ed è importante capire che non esiste più solamente quella religiosa. Ci sono le relazioni, positive o negative, con Israele, c’è quell’essere ebrei che è un “filtro” e ci fa percepire il mondo in modo diverso – l’esperienza della Shoah, l’essere minoranza, il continuo confronto. Per dire: da un’indagine condotta nella comunità svedese, il 4% si considera un gruppo religioso, il 65% si sente semplicemente ebreo e il 24% unisce entrambe le opzioni. Nel mondo siamo 14.410.700 (1,9%) però la popolazione allargata, con almeno un genitore ebreo, arriva a 20.368.800 individui. Come si sa, in molti paesi europei la percentuale di matrimoni misti è alta mentre è bassissima quella di partner che si convertono; e però, nonostante questo, il numero di bambini circoncisi è altissimo (circa il 70%) sia nel caso di madre sia di padre.
C’è poi la grande questione dell’antisemitismo, con un percepito assai superiore alla realtà (in tutta Europa, in Italia in modo particolare). Comunque, secondo la EU Agency for Fundamental Rights (FRA), le ostilità hanno differenti matrici: la destra con i movimenti populisti/nazionalisti e gli stereotipi di sempre (20%); le proiezioni sul conflitto israelo-palestinese (59%) nei confronti del singolo o delle istituzioni da parte di estremisti musulmani o movimenti politici di sinistra radicale; la critica alle tradizioni – kasherùt/milà – nascosta dietro a motivazioni ambientalistiche/umanitarie sedicenti liberali o progressiste (52%).
Infine trovo significativo lo studio sulla diaspora israeliana in Europa dai cui emerge il disagio registrato rispetto alla situazione politica, sociale ed economica italiana: insomma i figli, pensano in Israele, è meglio mandarli negli altri paesi europei che da noi.
Stefano Jesurum, giornalista
(29 novembre 2018)