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Periscopio – Qual è la domanda

lucreziAll’indomani del giorno di Natale, in cui miliardi di persone, in tutto il mondo, sono chiamati a riflettere su quell’evento particolare che, secondo la visione cristiana, avrebbe cambiato irreversibilmente il corso della storia e la missione dell’uomo sulla terra, voglio anch’io dedicare un mio piccolo pensiero alla nobile figura di Lea Sestieri, che è stata per lunghi decenni indiscussa protagonista del dialogo ebraico-cristiano, a cui ha dedicato – con inesauribile energia, fiducia, forza d’animo – tutta la sua profonda cultura, il suo rigore morale, la sua passione etica e civile, la sua inesauribile sete di giustizia e di verità.
Ho avuto il piacere di incontrarla diverse volte, nei primi anni ’90, ai Colloqui ebraico-cristiani dei Camaldoli di Arezzo, di cui lei era una dei principali organizzatori e promotori, e a cui anch’io mi trovai ad andare alcune volte, venendo chiamato a svolgere qualche intervento o a partecipare a qualche tavola rotonda. Serbo ricordi molto belli e intensi di quegli incontri (anche se non si capiva bene perché ci andassi, in quanto, tra tutti i presenti, ero l’unico a non appartenere a nessuna delle due confessioni, e a non essere neanche, in nessun modo, alla ricerca di qualche ‘illuminazione’ di tipo religioso: pensavo, semplicemente, come penso ancora, che ci fossero per me tante cose da imparare, e su cui riflettere e meditare) e, in particolare, della figura carismatica di Lea, che affascinava tutti con la sua autorevolezza e il suo prestigio. Anche se – ricordo bene – il nostro primo incontro, nel dicembre del ’91, non fu dei più felici. Alla fine di una sua relazione, chiesi la parola, ma, anziché rivolgerle una domanda, mi lasciai andare a delle mie considerazioni personali, forse non del tutto pertinenti. Lea non gradì molto, e come risposta alla mia “non domanda”, mi chiese, con tono un po’ brusco: “qual è la domanda?”. Rimasi un po’ mortificato, ma mi servì molto da lezione e, ora che ci ha lasciato, desidero ringraziarla di avermi dato questa piccola, importante lezione di vita. Da allora, infatti, prima di chiedere la parola in pubblico, penso sempre all’effettiva importanza di quello che intendo dire, all’interesse che le mie parole possano suscitare, alla puntualità dell’intervento e alla sua ragionevole durata. Altrimenti, meglio tacere.
Dato che della luminosa personalità di Lea si è già detto molto, anche sulle pagine di questa testata (sia nell’edizione online che su quella cartacea), mi limito a dedicare alla sua memoria quello che ritengo essere un mio piccolo, personale decalogo per il dialogo ebraico-cristiano, in cui Lea ha tanto creduto. Io, da non credente, non ebreo e non cristiano, ritengo che questo dialogo sia un percorso importante, ma anche irto di rischi e difficoltà, di cui è bene essere avvertiti. Di qui l’idea del decalogo: che è, anzi, un “anti-decalogo”, ossia l’elenco di dieci cose che, secondo me, andrebbero evitate:
1) Il dialogo non dovrebbe evidenziare soltanto i punti di somiglianza e di convergenza (figli del Dio unico ecc.), ma anche quelli di diversità, che sono almeno altrettanto importanti. Ebrei e cristiani sono diversi, e tali resteranno, per sempre. E lo sono, tra l’altro, in quanto costituiscono due realtà non omogenee tra loro, dato che, se il cristianesimo è una religione, l’ebraismo è anche altro, è anche un popolo. Ci sono, per esempio, i gemellaggi tra città, o tra squadre di calcio. Ma, per stare a questo paragone, il gemellaggio, nel nostro caso, somiglierebbe, per esempio, a quello tra una squadra di calcio e una città (nella quale, logicamente, molti non si interessano in nessun modo di calcio, oppure, se lo fanno, tifano per tante squadre diverse). E, inoltre, se la squadra di calcio è di enorme forza e potere, la città è piccolissima, un minuscolo paesino di campagna.
2) Nessuno dei partecipanti al dialogo, da una parte e dall’altra, ha ricevuto un mandato per rappresentare coloro che al dialogo stesso non intendono partecipare, e che vanno rispettati nella loro scelta (tra l’altro, molti ebrei non attribuiscono particolare rilevanza alla religione, e non affiderebbero mai, per esempio, a un rabbino il compito di tutelare le loro istanze e richieste). Dialogare può essere bello, per chi voglia farlo, ma si può anche preferire non farlo, e nessuno può mai essere criticato per il fatto che dialoga o non dialoga.
3) Il rapporto tra ebraismo e cristianesimo è asimmetrico, nel senso che, se il cristianesimo ha bisogno di riscoprire le sue “radici giudaiche”, l’ebraismo non ha nessuna necessità di confrontarsi con i suoi “frutti cristiani”. Può farlo, ovviamente, ma può anche ignorarli, senza per ciò essere accusato di colpevole indifferenza.
4) Una vera amicizia deve essere fondata sulla sincerità, non sull’ipocrisia. Nessuno pretende che la Chiesa debba ogni giorno difendersi sul banco degli imputati per le colpe passate, ma il passato non va mai ignorato. Occorre meditare sempre, per esempio, sulle pagine di alcuni Padri della Chiesa, e sulle conseguenze che hanno comportato. Non è corretto estrapolare solo le frasi amichevoli, facendo finta che quelle imbarazzanti non siano mai state pronunciate.
5) Ritenere che le responsabilità storiche di quanto accaduto in passato siano state sempre soltanto di “uomini di Chiesa”, e non della Chiesa come istituzione, è un inganno.
6) Nessuno può mai chiedere perdono ai vivi per quello che è stato fatto ai morti: solo loro, i morti, possono perdonare per quello che hanno subito. E il perdono è una scelta assolutamente intima e insindacabile. Nessuno deve, in nessun modo, essere sollecitato a concederlo. E chi perdona non è assolutamente migliore di chi non lo fa.
7) Ebrei e cristiani non sono due vecchi amici che hanno litigato, e che oggi fanno la pace, magari bevendo una birra insieme. La situazione è leggermente più complessa. Non c’è stato un semplice litigio e, qualsiasi cosa sia stato, è durato quasi duemila anni.
8) Il dialogo è un percorso che non avrà mai una fine. Se un giorno tutti gli ebrei e i cristiani del mondo dicessero: ecco, abbiamo capito tutto, il nostro dialogo ci ha portato, alla fine, a capire la verità, che è questa:…, ciò vorrebbe dire che una delle due religioni è finita, o, magari, entrambe.
9) Il rapporto tra ebraismo e cristianesimo ha una sua peculiarità, che va rispettata. Ognuno dei due, ovviamente, ha il diritto di dialogare con chiunque altro desideri, ma trasformare il dialogo in trialogo, o altro ancora, significa solo complicare ulteriormente una situazione già di per sé molto difficile e intricata.
10) La parola ‘amore’, nel dialogo, è inopportuna e pericolosa. Il dialogo non è amore. Ci sono altre parole molto più adatte, a cominciare, soprattutto, da ‘rispetto’.
Ecco, queste le mie piccole considerazioni, che dedico – da non credente, non ebreo e non cristiano: e, quindi, “non dialogante” -, con gratitudine e ammirazione, alla grande Lea. Anche se, forse, mi risponderebbe ancora, un po’ brusca: “ma dov’è la domanda?”.

Francesco Lucrezi, storico