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Berlinale, Orso d’oro a Lapid

“Israele morirà prima di me, e io verrò seppellito al cimitero di Père-Lachaise” afferma Yoav con incrollabile determinazione. Un auspicio chiaro come il suo obiettivo: smettere di essere israeliano. Diventare francese. Alla fine del servizio militare scappa a Parigi con pochissime cose, uno zaino mezzo vuoto e un po’ di conoscenza della lingua ma a poche ore dal suo arrivo, in un bellissimo e gelido appartamento parigino completamente vuoto, anche quel poco gli viene sottratto. Tom Mercier, l’attore protagonista di Synonymes – il film diretto dall’israeliano Nadav Lapid che ha appena vinto l’Orso d’oro alla sessantanovesima edizione della Berlinale – si trova così completamente nudo, ora davvero senza nulla. Costretto a ripartire da zero.
Ma non c’è solo l’imprevedibile: Yoav aveva già fatto la scelta più drastica possibile per chi intende lasciarsi alle spalle una vita, un’identità, un paese: non pronuncerà più una sola parola della sua lingua materna. Niente ebraico: le parola hanno il potere di creare mondi, il loro rifiuto dovrebbe, nelle sue intenzioni, poterli distruggere. Crearsi una nuova identità imparando nuove parole, nuovi sinonimi, appunto. E cancellare il passato. Ma è impossibile fare a meno del proprio corpo, ed è questo uno degli elementi più potenti del film: Mercier ha una presenza fisica imponente, invadente, inevitabile. Finisce per soggiogare tutti semplicemente col suo essere presente. “Ho scelto un attore che ha anche un corpo – spiega Lapid – che diventa simbolo di quello stesso paese da cui anche io ho cercato di fuggire. Ha la stessa vitalità, la sua forza, la sua imprescindibile virilità”.
Tom MercierMolta autobiografia, quindi, nel film che ha conquistato di forza la giuria dell’edizione 2019 poche ore dopo aver vinto anche il premio della Fédération Internationale de la Presse Cinématographique. Lapid ha raccontato anche come al suo arrivo a Parigi una ventina d’anni addietro, il desiderio più grande fosse di riuscire un giorno a leggere in un quotidiano qualcosa su Israele e rendersi conto di essere diventato completamente indifferente. Tale era la potenza del “demone israeliano” che lo aveva invaso dopo la fine del servizio militare.
Un anno di tentativi, l’università, il lavoro come come giornalista e scrittore avevano fatto crescere il disagio, al punto da portarlo, come il suo protagonista, alla fuga. Sapeva, racconta, che Israele sarebbe rimasto dentro di lui, ma la forza di quell’esperienza lo ha portato a scrivere una storia durissima, difficile, irritante che allo stesso tempo riesce ad avere un fascino potente.
Da una storia in fondo piccola temi universali e di un’attualità che brucia: rinascere in un altro luogo partendo da zero è difficile, doloroso, faticoso. A volte impossibile.

Ada Treves twitter @ada3ves

(17 febbraio 2019)