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Shirin Neshat

gabbaiIl coraggioso gesto dei giovani iraniani che con cartelli “we remember” hanno ricordato il Giorno della Memoria della Shoah mi ha fatto pensare a Shirin Neshat e alla sua arte. Artista di fama internazionale che con il suo lavoro riesce sempre in modo incisivo ad affrontare la delicata tematica dell’interrelazione fra politica e religione quali elementi inscindibili nella cultura islamica.
Shirin Neshat nasce in Iran nel 1957 ed emigra in California prima della rivoluzione islamica. Da allora ha sempre lavorato in America mettendo in discussione in modo provocatorio i fondamenti della cultura identitaria islamica senza tuttavia risparmiare critiche alle incoerenze della società occidentale.
Nella fase iniziale della sua carriera le sue opere esprimono la propria visione della politica e rappresentano lo strumento per diffondere attraverso l’arte il suo pensiero; successivamente la tematica politica meno centrale e lascia spazio a rappresentazioni più provocatorie rivolte alla sfera più personale, identitaria e sociale. Ne sono esempio “Le donne di Allah” – serie prodotta dalla stessa Neshat – negli anni novanta e che unisce questi grandi temi in modo irriverente e molto diretto e “Turbulent”, un video a doppio schermo, che rappresenta il divario tra la condizione della donna e quella dell’uomo nella società iraniana, con il quale nel 1998 vince la Biennale di Venezia.
Oggi Neshat vive a New York ed è una delle artiste donne più influenti del nostro tempo. Le sue opere sono esposte alla Tate Gallery di Londra, al MOMA di New York e al museo di arte moderna di Tel Aviv.
Mi ha sempre affascinato l’utilizzo del dittico in fotografia, la multipla esposizione, le parole scritte che fanno parte dell’immagine. Neshat ricorre proprio a questa modalità di intendere la complessità della comunicazione visiva. Questa comunicazione si avvicina al cinema e non è un caso che l’artista iraniana abbia avuto riconoscimenti ufficiali anche come regista. Nel 2009 ha vinto, infatti, il Leone D’Argento per il film “Donne senza uomini” un affresco toccante e drammatico dei destini di quattro donne iraniane durante il colpo di stato ad opera della CIA in Iran nel 1953 e nel 2017 il film “Sulle tracce di “Oum Kulthum”, famosissima cantante egiziana, è stato presentato al Festival di Venezia.
L’immagine qui rappresentata appartiene alla sua serie fotografica “Le donne di Allah”. Questo lavoro mette al centro il potere di resilienza della donna che attraverso le mani, lo sguardo e i simbolismi archetipi riesce a capovolgere il sistema valoriale della cultura maschile. Questo dittico ci impone di vedere due anime distoniche del femminile: quella del potere materno e quella del potere della difesa. Quando la donna è solo materna è cieca, oppressa e nascosta ; al contrario, quando assume il potere nelle sue mani i suoi occhi determinati e penetranti sembrano prendere la mira sull’osservatore. E la canna del fucile in primo piano accentua ancora di più la determinazione e la forza della donna affrancata dalle leggi e consuetudini opprimenti e vessatorie. Come spettatori siamo coinvolti e chiamati in causa. Nell’arte di Neshat le donne sono sempre soggetti attivi perché secondo l’artista è proprio partendo dalle donne che possiamo comprendere e osservare l’evoluzione storica di un paese e di una cultura. Le donne, infatti, sono sempre il centro e il fulcro narrativo del suo lavoro fotografico e cinematografico.
Senza rinnegare la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale, Shirin Neshat  presenta la sua arte in modo poetico pur riuscendo ad urlare con immagini e silenzi assordanti. Le tematiche trattate dall’artista sono sempre connesse all’islamismo ma oltrepassano con coraggio i confini ideologici. Il corpo delle donne diventa così una tela su cui scrivere e riscrivere.
L’arte di Neshat è un inno al corpo e alla consapevolezza che in esso vi è già una scrittura visiva e identitaria che può essere reinterpretata. Questa è la capacità dell’arte, la sua infinita consapevolezza di intuizione e verità rispetto alla politica che spesso riesce solo a comunicare ideologia e falsità.

Ruggero Gabbai

(17 febbraio 2019)