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responsabilità…

“Evviva”, abbiamo superato la “linea rossa inferiore”. Grida di giubilo ben comprensibili, il lago di Tiberiade è salvo. Grazie a un’annata in cui il Signore sta concedendo piogge molto abbondanti, il pericolo di un danno ecologico irreversibile è per il momento scongiurato. Se però scendiamo più a sud, la situazione è diversa. Lì troviamo il “mare del sale” come si chiama in ebraico. E il nome è attualissimo, dato che questi sali sono fonte di industrie estremamente fiorenti e rinomate nel mondo intero: i famosissimi prodotti del Mar Morto. Mar Morto, appunto, come si chiama in italiano e in molte altre lingue. Ed anche questo nome è attualissimo, tristemente: perché il mare sta scomparendo, al ritmo vertiginoso di oltre un metro di livello ogni anno. Qui le piogge influiscono marginalmente: le cause principali sono l’utilizzo a monte dell’acqua, che così non affluisce più, e proprio quelle fiorenti industrie di prodotti del Mar Morto.
Ma possibile che la nazione che può a buon diritto ritenersi avanguardia mondiale delle tecniche di desalinizzazione, di irrigazione con quantità ridottissime di acqua, quell’Israele che sta addirittura sviluppando tecniche per ricavare acqua dall’aria (!) non sia capace di salvaguardare il proprio mare, gioiello unico di bellezza naturale? Evidentemente sì, i fatti lo dimostrano. Perché? Qui si entra ovviamente nel campo delle ipotesi. Propongo la seguente: gli israeliani hanno una idiosincrasia per il pensiero a lungo termine. Costretti sempre a difendersi dalla minaccia circostante, non vogliono pensare a un orizzonte troppo lontano. E una minaccia che non sia immediata non è abbastanza forte da suscitare reale preoccupazione. Comprensibile, eccome. Ma non giustificabile. Gli ebrei hanno una responsabilità nei confronti delle generazioni future e nei confronti del mondo. Nel Midràsh vi è un motivo ricorrente, quello del vecchio che pianta un carrubo nonostante sappia che non darà frutti prima di 70 anni: “io ho trovato il mondo con i carrubi, così come i miei padri li piantarono per me, io li pianto per i miei figli” (v. Waiqrà Rabbà, 25,5 e i paralleli in Tanchumà e Qohàlet Rabbà; TB Ta’anìt 23a, ecc.)
Spesso la capacità di guardare lontano e di intraprendere azioni è direttamente proporzionale alla responsabilità che si sente. Nell’illustrare il divieto “bal tashchìt”, “non distruggere”, un’opera medievale, il Sèfer haChinùkh, spiega che “le persone pie si dispiacciono per ogni perdita o distruzione e se possono salvare qualcosa dalla distruzione, lo fanno con tutte le loro forze”. Per salvare il Mar Morto non resta che assumerci pienamente le nostre responsabilità!

Michael Ascoli, rabbino

(5 marzo 2019)