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Orizzonti – Brexit, la scelta che spetta all’Europa

«Farò festa» esclama una voce tedesca alle mie spalle mentre sul palco un diplomatico snocciola le solite banali e garbate parole di rincrescimento sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. «Farò festa quando sarà finita, dopo tanto». La settimana di colloqui con esponenti politici, funzionari e opinionisti sul continente mi dice che è questo in sintesi lo stato d’animo dominante tra i partner europei della Gran Bretagna, frustrati e sempre più sprezzanti: «Portiamo in fondo l’accordo di uscita negoziato e, una volta che la Gran Bretagna è fuori dalla porta, potremo tornare a combattere le vere battaglie per l’Europa, a cominciare dalle elezioni europee». Comprendo lo spirito e il ragionamento alla base, ma questa posizione è profondamente miope. Abbandona al loro destino quelli che in Gran Bretagna ancora lottano per l’Europa e sottovaluta il ruolo che la Ue stessa avrà nel determinare il futuro della Gran Bretagna. Un Paese diviso, in preda a una crisi di nervi collettiva, dipende dolorosamente dalla reazione dei suoi partner negoziali dell’Ue, ora molto più forti. Ecco perché ogni tweet di Donald Tusk, qualsiasi accenno da parte di Jean-Claude Juncker, ogni sfumatura di Michel Barnier, viene riversata sui media britannici con attenzione quasi sovietologica. La Ue è un soggetto attivo del dibattito britannico, non si limita a reagirvi. La conclusione è chiara: la Gran Bretagna non è la sola ad affrontare una decisione importante su Brexit, vale anche per l’Europa. Al momento il flusso dell’opinione continentale scorre nettamente in direzione dell’opzione miope. La frustrazione pura e semplice fa la sua parte – e negoziare con Theresa May deve essere una sorta di tortura psicologica particolarmente raffinata. C’è poi chi, come Tusk, spera davvero in un secondo referendum in Gran Bretagna ma oggi, grazie a Jeremy Corbyn, sembra che non lo reputi più seriamente possibile. Al di là di questo esiste poi un insieme sempre più ampio di europei che sostengono che la Ue trarrà effettivamente vantaggio dall’uscita della Gran Bretagna. L’approccio dominante del “togliamoci il pensiero” è sbagliato per due ordini di motivi. Innanzitutto pecca del difetto fondamentale della politica democratica contemporanea: considera solo il breve termine. È vero, nel breve periodo l’uscita della Gran Bretagna prima dell’estate semplificherà le cose all’Ue, ma a lungo termine le costerà di più. Sarà una Brexit alla cieca. Il danno economico della Brexit comincia già a essere evidente e andrà a peggiorare. I fautori della Brexit e la stampa euroscettica in Gran Bretagna, ansiosi di non assumersi la responsabilità delle loro false promesse, daranno agli “europei” la colpa dei mali post-Brexit. Non è realistico immaginare che la cooperazione sulle due sponde della Manica nell’ambito della politica estera e di sicurezza, cui la Gran Bretagna può dare forte contributo, possa essere esclusa dalle tensioni e dalla rabbia concernente i rapporti economici. La Gran Bretagna sarà comunque un Paese debole e diviso, con Scozia e Irlanda del Nord ancora più distanti dall’Inghilterra e dal Galles. La Gran Bretagna non è come la Norvegia o la Svizzera, non si accontenta di giocare un ruolo relativamente minore in Europa e negli affari internazionali. Quella di una “Gran Bretagna globale” può essere una fantasia pericolosa, ma la storia ci insegna che i paesi possono inseguire fantasie pericolose per un certo periodo di tempo, con conseguenze negative sia per i loro vicini che per sé stessi. Un ex ministro degli esteri europeo mi ha garantito che la Gran Bretagna tra dieci o quindici anni tornerà con la coda tra le gambe a supplicare di rientrare nell’Ue. Significa non aver capito nulla del carattere dei britannici. E come se la passerà la Ue, considerando che la Brexit sovverte il delicato equilibrio tra il Nord e il Sud d’Europa e impone un peso ulteriore alla Germania, maldisposta ad assumere la leadership del continente? Il secondo errore fondamentale è credere che la Ue debba togliersi di torno la Gran Bretagna in modo da poter condurre la giusta battaglia a favore dei valori europei contro i populisti nazionalisti alle elezioni europee. Questo approccio non tiene conto del fatto che (come nel 1940) la battaglia d’Inghilterra e la battaglia per l’Europa sono la stessa cosa. Non ci sono buoni europei su una sponda della Manica e cattivi europei sull’altra; ci sono filo- e anti- su entrambe le sponde. E non illudiamoci che i migliori e i più coraggiosi filoeuropei siano tutti a Bruxelles. Prendiamo Manfred Weber, ad esempio, lo scialbo politicante oggi candidato del Ppe a presidente della Commissione europea. Per convenienza politica Weber mantiene attualmente all’interno del suo gruppo parlamentare Fidesz, il partito del leader nazionalista populista ungherese Viktor Orbán, che ha demolito la democrazia liberale in uno stato membro dell’Ue, cacciato la migliore università dell’Europa centrale, condotto una subdola campagna antisemita contro George Soros, e recentemente ha diffuso un manifesto calunnioso che mostra in chiave caricaturale il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, assieme a Soros. Prendiamo poi invece i parlamentari britannici che hanno appena lasciato i rispettivi schieramenti mettendo a rischio il proprio futuro politico e sfidando la riprovazione dei loro compagni di partito per combattere a favore di un secondo referendum e di un futuro europeo per la Gran Bretagna come società aperta, progressista, libera dalla piaga dell’antisemitismo nelle fila del Labour e dal nazionalismo inglese xenofobo in quelle del partito conservatore. Si può essere o meno d’accordo con la loro scelta di uscire dal partito e sul relativo tempismo, ma basta guardare una parlamentare impavida e indipendente come Anna Soubry e chiedersi chi è l’europeo migliore e più coraggioso: lei o Weber? In specifico riferimento alla Brexit la scelta europea sarà imperniata sull’estensione dell’articolo 50. Una breve estensione, ormai inevitabile, sarà solo d’aiuto a Maya far pesare il ricatto del “o il mio accordo o nessun accordo” sui parlamentari incerti – e, con un piccolo aiuto da parte di Bruxelles, potrebbe infine riuscire nell’intento. Solo un’estensione più consistente, di nove mesi o un anno, che significa affrontare dall’inizio l’ardua questione della rappresentanza britannica nel nuovo parlamento europeo, consentirà un adeguato dibattito nazionale, culminante in un secondo referendum e aprirà nuove possibilità alla permanenza britannica nell’Ue. A qualcuno potrà sembrare un incubo, ma è una pena da scontare a breve termine per avere vantaggi a lungo termine. In una prospettiva più ampia, l’Europa è chiamata a scegliere se accontentare gli antieuropeisti, sia mantenendo Fidesz all’interno del Ppe che aiutando May ad assecondare i suoi brexiteer irriducibili, o se schierarsi invece a fianco di chi ancora lotta per l’Europa sulle due sponde della Manica. La politica di pacificazione non può essere la scelta giusta.

Timothy Garton Ash, La Repubblica, 4 marzo 2019