Tra Atene e Parigi
È un’esigenza morale quella che lo spinge a scrivere questo libro. La chiara scelta di campo, non usuale per un illustre storico e qui invece esplicita fin dal titolo, è il collante tra l’Atene degli ultimi anni del secolo V e la Francia durante la seconda guerra mondiale. Jules Isaac scrive “Gli oligarchi. Saggio di storia parziale” (Sellerio 2016) nel 1942, quando vive alla macchia; negli stessi mesi la moglie, il figlio, la figlia e il genero, tutti impegnati nella Resistenza, vengono deportati e assassinati a Auschwitz.
Isaac racconta gli anni decisivi della guerra tra Sparta e Atene per l’egemonia panellenica e la guerra civile (stasis) che divampa in quest’ultima, che costituisce secondo lo storico il principale motivo della sconfitta finale della più grande città greca. Nel libro è evidente, anche se solo di tanto in tanto esplicitata, l’analogia tra Atene e gli ultimi anni della Terza repubblica francese, erosa dall’interno dal fascismo filonazista prima di capitolare di fronte ai carri armati tedeschi. La narrazione comincia con lo scandalo delle erme alla vigilia della partenza della spedizione contro Siracusa (415) e arriva fino al 404 con il regime oligarchico dei Trenta, il suo rovesciamento e la restaurazione della democrazia. Ma quello che più di tutto interessa lo storico ebreo francese è l’azione criminale degli oligarchi, il cui obiettivo è aprire le porte della città al nemico e abbattere finalmente l’odiato regime democratico. Con gli oligarchi Isaac rappresenta anche la Francia profonda che non ha mai accettato la Rivoluzione del 1789, quella di Drumont e degli antidreyfusardi tra Ottocento e Novecento, la stessa dell’Action française di Charles Maurras, e ancora di Vichy, di Pétain e di Laval.
Il gioco delle parti è affascinante e spesso rivelatore. A Pericle, grande leader democratico mancato nel momento più difficile, corrisponde Léon Blum. Antifonte, “dottrinario inacidito” descritto come un corruttibile Robespierre, è Maurras, che descrive la rotta francese del giugno 1940 nei termini di una “divina sorpresa”. Pensiamo ancora a Maurras e all’Action française antiparlamentare, antidemocratica e monarchica mentre leggiamo delle irriducibili eterie, società segrete composte da cinici cospiratori “riuniti nel silenzio dell’ombra e della notte”. Di questa jeunesse dorée, una giovane guardia oligarchica “manganello in pugno” i cui metodi sono il tradimento e l’assassinio, è rappresentante Callicle. Teràmene è il capo dell’aristocrazia lealista, l’uomo d’ordine che contribuisce a rovesciare la democrazia ma rifugge la forma estrema di oligarchia dei Trenta, è disposto ad abbandonare gli alleati, traditi uno dopo l’altro per uscire dalle situazioni più difficili ma – un Talleyrand meno fortunato? – cadrà infine sotto i colpi dello stesso regime che ha partecipato a imporre. Pisandro e Frìnico, come nella Francia repubblicana agonizzante l’operaio Jacques Doriot, sono capi popolari passati all’estrema destra, demagoghi rinnegati.
Il consiglio dei probùli istituito nel 411, con la cui nomina comincia il primo colpo di stato oligarchico, quello dei Quattrocento, è un Comitato di salute pubblica. L’esito sarà “la trasformazione delle magistrature, la soppressione delle indennità per funzioni pubbliche, l’istituzione ‘conforme alla tradizione degli antenati’ di un consiglio dei Quattrocento, oligarchia onnipotente”. Mentre l’assemblea ateniese riunita a Colono decreta il suicidio della democrazia, gli oligarchi inviano in segreto una delegazione a Sparta. “Il 18 brumaio ateniese si concludeva in farsa”.
E ancora: le Lunghe mura, come la linea Maginot, sono l’illusione della sicurezza. Il processo farsa agli strateghi ateniesi dopo la battaglia delle isole Arginùse è quello di Riom, voluto dal governo di Vichy alla ricerca di un capro espiatorio in grado di spiegare la sconfitta del 1940. Dietro alla persecuzione degli stranieri residenti ad Atene, i meteci, si scorgono la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo dei volenterosi collaborazionisti. Trasibùlo è il capo della flotta che non si arrende e non si consegna al regime oligarchico sostenuto da Sparta, un comandante della France libre che prepara la riscossa dal mare e organizza la lotta partigiana; dopo aver raccolto gli esuli e i perseguitati, dimostra che “i giavellotti, anche quelli democratici, possono procurare ferite dolorose”. I Trenta, che la tradizione immediatamente successiva non ha esitato a definire “tiranni”, sono “i più fedeli servitori non di Atene, ma di Sparta”. Il loro programma: “Annientare l’infame – la democrazia”. Gli strumenti: arbitrio, corruzione, menzogna, delazione, proscrizioni, terrore.
“La fazione oligarchica aveva giocato la sua ultima partita, e l’aveva perduta […] In fin dei conti, in questa storia sconcertante, la malvagità degli uni – i ‘buoni’ – sarà stata superata solo dalla clemenza degli altri – i ‘cattivi’. Da allora sono trascorsi duemilatrecentoquarantaquattro anni. Mentre sto scrivendo queste ultime righe, da qualche parte in Francia – in quella che fu la Francia -, il sabato diciassette ottobre del millenovecentoquarantadue, i ‘buoni’ sono sempre così malvagi; resta da sapere se i ‘cattivi’ saranno così magnanimi”.
Giorgio Berruto
(4 aprile 2019)