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Un’impossibile equidistanza

baldacciLe edizioni Zikkaron nascono nel 2016 come prodotto dell’attività della Piccola Famiglia dell’Annunziata, meglio nota come Monaci di Monte Sole, una comunità politico-religiosa che si ispira al pensiero di Giuseppe Dossetti. Che cosa abbia rappresentato Giuseppe Dossetti nella storia politica del dopoguerra italiano è ormai stato ampiamente approfondito dagli storici: la sua sconfitta di fronte ad Alcide De Gasperi per la leadership della Democrazia Cristiana e quindi per la guida del Paese significò il definitivo consolidamento dell’appartenenza dell’Italia al campo occidentale, rifiutando le suggestioni neutraliste dossettiane che avrebbero in tempi più o meno lunghi fatto scivolare l’Italia in una sorta di limbo politico, facendone una facile preda dell’espansionismo sovietico. La sconfitta di Dossetti lo portò a ritirarsi dalla vita politica attiva e infine a farsi sacerdote, pur restando un punto di riferimento ideale per quella parte del mondo cattolico che ha continuato per decenni a sognare un’alleanza con il PCI in chiave anticapitalistica.
La comunità di Monte Sole può essere considerata un tardo frutto di quella stagione, che d’altra parte non è mai del tutto tramontata: suggestioni catto-comuniste hanno continuato ad attraversare la storia politica d’Italia anche dopo la fine della I Repubblica e continuano a riproporsi anche nel nostro tempo. Anche la coppia di libri di cui si parla in questo articolo – Maher Charif, “Storia del pensiero politico palestinese”, e Fania Oz-Salzberger e Yedidia Z. Stern (a cura di), “Studi sul pesniero politico israeliano”, entrambi editi da Zikkaron, Marzabotto 2018 – ne è un esempio, anche dal punto di vista, se non del metodo, almeno della mentalità: non prendere apparentemente posizione, ostentare un’equidistanza che dovrebbe essere garanzia di un’equanime valutazione delle vicende (in questo caso quelle del conflitto israelo-palestinese), per poi insinuare nel lettore la convinzione che la ragione sta in realtà da una delle due parti: in questo caso quella palestinese, ovviamente.
In questo caso l’operazione è completamente fallita, soprattutto a causa della scelta delle due figure alle quali sono state affidate le due prefazioni. Nelle intenzioni dell’editore proprio tale scelta doveva garantire la riuscita dell’operazione: ma è accaduto che il prefatore del volume di Maher Charif (azzardatamente definito nella bandella “capolavoro storiografico”), Carlo Campanini – che era stato scelto non solo per la sua riconosciuta competenza ma anche e soprattutto perché è nota la sua simpatia per il mondo arabo e per la causa palestinese – non ha potuto fare a meno di ricordarsi di essere prima di tutto uno studioso, e introducendo il volume, ha dovuto ammettere che, in realtà, di un vero e proprio pensiero politico palestinese non si può parlare. Conclusione a cui in realtà si poteva arrivare anche senza misurarsi con il “capolavoro storiografico” di Charif, perché il pensiero politico non è qualcosa di astratto, vive nella concretezza dell’azione politica, e l’unica proposta teorica e pratica di parte palestinese è stata, negli ultimi decenni, un progressivo ripiegamento sulle posizioni più estremiste dell’islamismo politico, lasciando per strada quelle velleità di confronto con il pensiero laico – sia pure sotto forma marxista – che erano affiorate nelle prime fasi del movimento palestinese.
Ancora più scoperta – nelle sue intenzioni – era stata la scelta come prefatore del volume collettaneo curato da Fania Oz-Salzberger e da Yedidia Z. Stern di un giornalista come Gad Lerner, cioè di un ebreo che avrebbe dovuto offrire al lettore sprovveduto la garanzia di un avvio alla lettura favorevole o almeno non ostile alla causa israeliana. Ma chiunque segua anche da lontano l’attività pubblicistica di Lerner sa che essa è caratterizzata da decenni da una pervicace ostilità verso la politica israeliana, considerata responsabile del permanere del conflitto. Anche su questo lato però l’operazione è fallita perché al lettore della prefazione di Lerner – infarcita di luoghi comuni che testimoniano del suo radicato antisionismo – resta ben poco, mentre non può non prendere atto della ricchezza del pensiero politico israeliano, testimoniata dai quindici saggi che compongono il volume. Saggi, si badi, in buona parte tutt’altro che favorevoli alla attuale politica israeliana, ma che, in ogni caso, testimoniamo di quanto ricca e articolata sia la riflessione politica in Israele.
Trattandosi di monaci – quelli di Monte Sole – non si può che concludere richiamando il detto popolare che il diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi: pardon, le prefazioni.

Valentino Baldacci

(30 maggio 2019)