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Europa immobile

claudio vercelliLa recente tornata elettorale per il Parlamento europeo ha riservato poche sorprese rispetto alle iniziali previsioni. Sia pure con una qualche semplificazione, i suoi risultati sono così riassumibili: le quattro maggiori famiglie politiche continentali non populiste (socialdemocratici e socialisti, popolari, liberali e verdi) si scambiano una parte dei voti, con risultati decisamente altalenanti a seconda dei paesi presi in considerazioni. Il quinto gruppo, comunque estremamente eterogeneo al suo interno, ossia i “sovranisti”, assume maggiore spessore (passando dal 20 al 23% dei deputati), senza però generare un ribaltamento degli equilibri preesistenti. A governare il Parlamento, a definire la composizione della Commissione (il “governo” europeo), a nominare le cariche più importanti – tra di esse il presidente della Banca centrale – anche in questa legislatura saranno le delegazioni “europeiste”. Il virgolettato è peraltro d’obbligo, poiché il cortocircuito tra la necessità di dare corso ad un nuovo indirizzo politico, potenzialmente federativo, e l’incapacità delle istituzioni comunitarie di tradurlo in atti e gesti significativi, insieme alla persistente dipendenza da dottrine di taglio liberista, è alla base della crisi dell’intera impalcatura dell’Unione europea. Una crisi che, in tutta probabilità, proseguirà. Ed è senz’altro anche all’origine del successo di liste, movimenti e partiti nazionalisti che, sull’accoppiata tra sovranismo e populismo, hanno costruito le loro fortune in questi ultimi dieci anni, quanto meno dall’esplosione della crisi dei subprime Lehman Brothers del 2008. Il successo della Lega di Matteo Salvini (passata dal 6,2% di cinque anni fa all’attuale 34,3%) si inscrive in questo quadro, dove peraltro il tasso di mobilità degli elettori e la scarsa fidelizzazione e fedeltà rispetto alla singola lista, sono oramai parte persistente del comportamento alle urne. Nella medesima logica si inserisce il dimezzamento delle preferenze per il Movimento Cinque Stelle. L’unico dato eccentrico, rispetto a queste dinamiche, è il consolidamento del Partito democratico, che gode dell’erosione di assensi tra le piccole formazioni alla sua sinistra così come del timore che una parte dell’elettorato italiano continua a nutrire nei confronti della destra. Di fatto i voti altrimenti destinati agli uni, così come quelli dell’altro, si sono concentrati sulla formazione di Zingaretti, premiandola anche in assenza di una chiara prospettiva di opposizione politica. In termini assoluti, con il calo dei votanti dal 73% delle politiche 2018 al 56% di domenica scorsa, gli spostamenti reali risultano molto contenuti. Il blocco di destra ottiene 13 milioni di voti contro i 12 milioni delle politiche 2018, con la Lega che passa da 5,7 a 9,1 milioni di voti, risucchiando consensi da Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia aumenta i voti assoluti. Il Pd mantiene i suoi 6 milioni di voti. Sono i Cinque Stelle invece a perdere metà dei voti ottenuti l’anno scorso, rivoltisi sia verso l’astensione, sia verso la Lega. In Italia il blocco politico che si riconosce nel partito di Matteo Salvini ne emerge quindi rafforzato e stabilizzato, avendo da tempo avviato un’azione di erosione dei consensi nel campo degli alleati di governo, per l’appunto i pentastellati. Le chiavi del clamoroso successo leghista sono molteplici ma trovano molti riscontri nel diffuso timore che una parte degli italiani nutre rispetto alle proprie prospettive future, raffigurate come assai incerte. Il sovranismo, infatti, sembra essere l’unica risposta coerente ed argomentata (sia pure in forme molto elementari) alle molteplici paure da globalizzazione. La figura mediaticamente carismatica di Matteo Salvini, che ha concentrato su di sé, a tratti quasi plebiscitariamente, le manifestazioni di assenso, chiamando gli elettori ad esprimersi su cio che chiama il «buonsenso» (netta chiusura all’immigrazione; ricontrattazione conflittuale dei rapporti con l’Unione europea; rimandi, in chiave identitaria, alla “tradizione” cristiana; politiche di sostegno sociale alle fasce più deboli; ricerca di partnership preferenziali con altri partiti omologhi, a partire da quello di Marine Le Pen; costante presenza sui mezzi di comunicazione, con effetti di intasamento) si è rivelata una carta di successo, accreditando e convogliando assensi verso la sua stessa formazione politica. La quale, per inciso, è da circa trent’anni che opera sul territorio, avendo dato i natali oramai a più di una generazione di amministratori locali (e nazionali). Fino ad oggi la Lega ha rispettato l’agenda liberal-populista (il «contratto di governo») che aveva negoziato con il Movimento Cinque Stelle un anno fa: una miscela di ipotesi liberiste (flat tax, deregolamentazioni, semplificazioni ma anche condoni) e sociali («quota cento», reddito di cittadinanza). Plausibile che – anche a causa della mancanza di risorse e della morsa, la quale si farà stringente in autunno da parte dell’Unione europea e dei mercati sulle politiche di bilancio e di governo del debito – quest’asse venga presto ricontrattato o addirittura spezzato. In Europa, peraltro, non esiste un blocco politico sovranista e populista in grado di mutare le politiche assunte in sede comunitaria. Le destre governano in Ungheria, Polonia ed in Italia ma con atteggiamenti, posizioni e interessi anche molto diversi tra di loro. In Francia e nel Regno Unito hanno un largo seguito ma non sono forze per il momento destinate a formare le maggioranze parlamentari. Semmai condizionano il declino dei partiti tradizionali. Possono vantare un peso rilevante anche in Austria e nel Belgio, mentre in Germania, in Spagna, in Grecia e nell’Europa settentrionale sono confinate all’interno di un’area politica di nicchia. Il ruolo di Italia, Ungheria e Polonia negli organismi decisionali dell’Unione, già molto contenuto, è peraltro destinato ad essere ulteriormente ridimensionato nella legislatura che si è andata avviando con la settimana appena trascorsa. In tutta plausibilità, quindi, l’influenza complessiva delle destre sovraniste sarà contenuta, limitandosi semmai a condizionare le scelte e le condotte dei singoli paesi ai quali esse appartengono. Non avendo altrimenti la forza – né al momento la reale intenzione – di orientare gli indirizzi degli organismi direzionali dell’Unione, in tutta probabilità ci si adoperrà per ottenere maggiori spazi di manovra in casa propria, a partire dalle politiche del debito. Il tutto tra innumerevoli frizioni, l’introduzione obbligata di vincoli e tagli sulla spesa sociale ma anche con la prosecuzione degli indirizzi che hanno caratterizzato i governi di centro-destra. Non è quindi difficile prevedere che quello stesso stallo di indirizzo che ha caratterizzato l’Unione dall’introduzione dell’euro come divisa comune in poi, ne esca di fatto riconfermato. Da una parte i “sovranisti” non hanno progetto e neanche know-how politico per procedere ad una reale riforma degli organismi comunitari. Men che meno risorse e forza. Uniti sul piano dell’immagine, sono divisi sul versante dei concreti interessi nazionali. Dall’altra parte, è assai improbabile che nel corso della nuova legislatura europea si esprima, all’interno degli stessi organismi dirigenti dell’Unione, una capacità di autoriforma che dovrebbe mettere in discussione l’agenda liberista e le medesime élite che l’hanno dettata in questi anni. Con l’una e le altre, anche gli equilibri di potere. Ciò perdipiù a fronte della crisi conclamata delle opposizioni di sinistra un po’ ovunque, anche se i risultati ottenuti nei singoli paesi sono stati altalenanti, comunque non omogenei. Se la oramai vecchia sinistra industriale, di indirizzo perlopiù socialdemocratico, sconta la sua obsolescenza culturale oltreché politica, quella cosiddetta «radicale» sembra essersi consegnata da recinti invalicabili. Fa eccezione, in tale quadro, il risultato dei Verdi laddove già da quasi quattro decenni sono forza politica con delle radici, in Germania soprattutto. Ma è del tutto improbabile che la loro proposta risulti così appetibile da essere raccolta da ulteriori fette di elettorato. Rimane un’ulteriore riflessione da aggiungere, ovvero il definitivo manifestarsi in quanto equivoco di una politica populista che intendeva invece negare la divisione tra destra e sinistra. In realtà, come la crisi del Movimento Cinque Stelle sta rivelando, non esiste nessun superamento di una tale divisione (di interessi, identità, posizioni). Men che meno attraverso il richiamo ad una collocazione che avrebbe dovuto andare oltre questa frattura costituitiva dei nostri sistemi politici. Il grillismo, sospeso tra istanze giustizialiste, plebiscitarie, tanto intransigenti quanto spesso fantasiose, ha semmai rafforzato la componente di destra del sistema politico italiano, rigeneratasi attraverso la Lega di Salvini. Ha infatti concorso a irrobustirne la credibilità e le motivazioni, di fatto adottando l’agenda politica che quest’ultima si è incaricata di proseguire a redigere d’ora innanzi. L’autunno ci dirà in quale modo, ovvero anche con quale inchiostro.

Claudio Vercelli
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(2 giugno 2019)