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Si può stampare

vogh“… gli alleati ci portano la liberazione, ma non la libertà; nessuno può portare ad altri la libertà; dobbiamo conquistarla da noi se la vogliamo”. Queste sono le parole profonde e universali che Silvia Lombroso, nata Forti, mette in bocca al partigiano Mario Campetto nelle ultime pagine del suo dimenticato libro di memorie. Stampato in poche decine di copie a Roma nella primavera del 1945 mentre la guerra al nord ancora imperversava e si continuava a morire per conquistare quella libertà, il libro di memorie e riflessioni di Silvia Lombroso, Si può stampare (Dalmatia editrice) viene ora riproposto nella collana Scale Matte (ed. Ilprato, 2019) curata dalla Fondazione CDEC e dalla Comunità ebraica di Venezia. Fu Ernesto Buonaiuti a volere la pubblicazione di questo volume che da troppi decenni attendeva di essere riscoperto. Nella prefazione di Alberto Cavaglion viene sottolineata l’importanza della memorialistica come genere letterario che offre al lettore “un surplus di spregiudicatezza per la posizione appartata, lontana dai clamori giornalistici e mediatici”. L’Autrice non scrive per il grande pubblico, ma prima di tutto per se stessa. Accompagna con la penna i duri anni della persecuzione dei diritti, dal 1938 al 1943; gioisce per la tenue speranza di riacquisita libertà nel luglio del 1943 (il libro nelle intenzioni originali avrebbe dovuto chiudersi lì); si inoltra nel terrore della vita clandestina degli anni dell’occupazione nazista, che ha inghiottito vite e cancellato tratti di umanità; ragiona infine sulle dinamiche per nulla scontate né pacifiche della fine delle persecuzioni e della nuova liberazione. Silvia Lombroso non è solo una scrittrice matura, che conduce con la sua penna il lettore nei meandri più reconditi della natura umana dipingendo con tratti lievi i sentimenti di una madre preoccupata, di una ragazza madre disperata per la perdita della figlia e del marito, di un vicino profittatore e di tante altre figure di semplice umanità descritte nei loro momenti miserevoli o eroici. È anche una rappresentante di un intreccio intellettuale e famigliare complesso e altamente rappresentativo. Sposa nel 1913 di Ugo Lombroso, noto fisiologo figlio del padre della criminologia moderna Cesare Lombroso, è anche suocera del fisico Bruno Rossi che aveva sposato la figlia Nora: insieme avevano deciso di emigrare negli Stati Uniti dopo l’espulsione (“eliminazione” diceva il documento ufficiale) del marito dall’Università di Padova. Un testo in cui si concentra la storia dell’emancipazione e quella dell’espatrio, della persecuzione e dei ritorni. Un compendio della storia degli ebrei italiani nel Novecento. Una lettura indispensabile.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(14 giugno 2019)